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Una fiaba contemporanea

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Pubblicato il 21/06/2013

Il 14 maggio 2013  il New York Times pubblica la lettera di una famosa attrice statunitense, che racconta come e perché ha deciso di sottoporsi a una doppia mastectomia profilattica. La notizia viene ripresa dalle agenzie di mezzo mondo e da lì si diffonde attraverso i più diversi media. 

Solo venti giorni dopo, il 3 giugno, le stesse agenzie diffondono le immagini radiose dell’attrice e dell’ugualmente celebre compagno in un’occasione mondana a Londra. «Sto meravigliosamente bene», dichiara la signora. E le foto effettivamente lo confermano. 

La storia attira l’attenzione dei cronisti di gossip, ma anche quella di giornalisti scientifici e oncologi. E la cosa è indubbiamente degna di nota, visto che non capita spesso che le cronache rosa e il dibattito scientifico si vadano a occupare delle stesse questioni. 

E mentre da una parte si discute tra gli addetti ai lavori di approccio europeo e approccio statunitense alla prevenzione del cancro al seno, dall’altra si rassicura il pubblico con l’ultimo aggiornamento della vicenda: per il compleanno della signora il compagno le ha  regalato biancheria intima per il valore di 3.000 sterline: «Brad Pitt regala lingerie hot ad Angelina Jolie», è il titolo sparato il 7 giugno dal TGCOM24 che conclude «Insomma, Brad la vuole sempre più sexy. E non poteva scegliere regalo migliore per dimostrarle il suo amore e per ridarle quindi la sicurezza di cui ha bisogno in questo momento particolare della sua vita. Adesso, per coronare questa fiaba, manca solo il matrimonio».

Mondi meno incantati

Una fiaba, ecco. E la protagonista  è - come si conviene - una bella principessa, o una sua versione attualizzata. Ma nelle parole di Angelina Jolie riecheggiano le parole di altre, meno celebri donne, che prima di lei hanno affrontato lo stesso percorso. Anche se in cornici meno smaglianti, spesso la storia raccontata è simile: sacrificio e coraggio, e vittoria.

Certo, questa è solo l’immagine pubblica, quali siano i reali vissuti delle donne, celebri o no,  che risultando positive ai test genetici di predisposizione al tumore al seno decidono di sottoporsi a una doppia mastectomia profilattica sono ovviamente altri, certo molto più drammatici e molto più complessi da capire. Ma sarebbe sbagliato trascurare la valenza di questo discorso pubblico e ciò che ha di specifico. Perché c’è una specificità: una storia paragonabile non sarebbe neppure pensabile rispetto all’eventuale scelta di un altrettanto celebre e bell’attore di sottoporsi - per dire  - a una prostatectomia preventiva. E questo, magari, un qualche significato ce l’ha.

Proviamo dunque a guardarla questa fiaba, anche nei suoi aspetti più frivoli ma non per questo meno significativi.

La retorica del sacrificio materno

«La scelta dell’operazione - aveva spiegato Jolie - era per non privare i suoi sei bambini, di età compresa tra cinque e 12 anni, della loro madre». Così l’Ansa il 3 giugno chiude la notizia della prima uscita pubblica dell’attrice dopo l’intervento. 

E l’immagine dell’eroico sacrificio di sé per amore dei figli e/o del compagno si ripropone in modo abbastanza impressionante nelle parole di molte donne, più o meno famose, che, come Angelina Jolie, hanno raccontato ai media la loro scelta di sottoporsi a una doppia mastectomia dopo essere risultate positive a un test di predisposizione.  

Così, ad esempio,  in occasione del National Breast Cancer Awarness month del 2012, Allison Gilbert presenta alla CNN la sua decisione: «I’m not a helicopter parent and my child would tell you I don’t bake cupcakes for their  birthday parties. But ‘d readly cut off my breast for them - and recently, I did .... as I’ve told my husband and children, I wasn’t willing to wait. I love them more than my chest».

Ora, la motivazione della paura di lasciare soli dei bambini è certo una motivazione forte. Chiunque, e non solo chi abbia dei figli piccoli, la capisce e la condivide, ma l’enfasi con cui viene proposta suscita qualche domanda. Perché  sembra quasi che ci sia una necessità di giustificazione, come se la paura di una grave malattia, il desiderio di diminuire il proprio rischio di morire di cancro non fossero in questo caso motivazioni sufficientemente degne.

Di nuovo: tanta insistenza sul sacrificio di sé per amore dei figli sarebbe pensabile per la scelta di un uomo di sottoporsi a una mutilazione preventiva?

In trasparenza, dietro a queste parole sembra d’intravedere una doppia equazione, mai enunciata eppure ben presente: seno = madre, madre =sacrificio di sé. «Potrei tagliarmi il seno per  loro, e recentemente l’ho fatto». 

C’è effettivamente qualcosa di eroico, di drammatico e insieme esaltante, nel modo in cui la scelta viene presentata nel discorso pubblico (e di nuovo è bene sottolinearlo: è solo del discorso pubblico ci si occupa qui, i vissuti reali, nelle loro particolarità, sono  evidentemente altro), una componente eroica che probabilmente sarebbe difficile ritrovare con altre possibili opzioni di una  sorveglianza intensificata o di una chemioterapia preventiva, la cui forza suggestiva non dovrebbe essere sottovalutata. 

L’illusione della plasticità

Ma forse c’è ancora dell’altro nello sfondo non illuminato. Forse c’è ancora dell’altro che non viene esplicitato nel discorso pubblico, ma che pure lo permea.

Le immagini della prima uscita pubblica della Jolie dopo l’intervento sono di una bella donna accanto all’altrettanto bel compagno, una donna elegante in un abito da sera nero che certo non suggerisce  l’idea di una mutilazione. Del resto già nella lettera al New York Times la Jolie aveva rassicurato: «On a personal note, I do not feel any less of a woman».

Parole simili compaiono nel discorso pubblico di altre meno celebri donne che hanno affrontato lo stesso percorso:  «Al momento con due seni completamente falsi non mi sento meno donna, anzi…». Così, puntini compresi, scrive ad esempio  in un blog femminile cibi8, raccontando la sua scelta.

Cosa ci sia dietro quelle immagini radiose,  dietro a quelle parole quasi trionfanti, è, di nuovo, un’altra storia. 

Certo  nessuna donna affronta a cuor leggero una mastectomia.

Certo le persone, almeno gran parte di loro, quando poi si trovano ad affrontare simili scelte hanno abbastanza buon senso da non credere ciecamente a quello che le riviste di gossip forniscono. 

Ma per quanto parziali, e fors’anche irreali, queste immagini, queste parole suggeriscono che ci sia anche un altro pezzo della storia, un pezzo su cui c’è una generalizzata reticenza, ma non per questo meno importante.

In un episodio della serie televisiva Sex and the city, serie di gran successo negli Stati Uniti, ma molto seguita dal pubblico femminile anche in Europa,  una delle protagoniste decide di rifarsi il seno. Alla visita senologica preoperatoria però viene fuori un sospetto, e poi confermato, cancro al seno. La puntata si colora  di dramma, e la signora si trova così ad affrontare un imprevisto percorso di malattia.

La situazione è del tutto plausibile, ma altrettanto palusibile, anche se evidentemente le resistenze a riconoscerlo sono molte, è la situazione opposta. 

La drammaticità della scelta di una donna a rischio di sottoporsi a una mastectomia profilattica è  difficilmente accostabile alla situazione di una  ragazza che chiede di avere un seno più grande come regalo dei diciott’anni o di una donna che decide di regalarselo per i quaranta, ma  davvero possiamo escludere che l’idea «be’, magari è anche l’occasione per farmi un seno più grande (o più piccolo, o con una forma che mi piace di più...)», non giochi mai, assolutamente alcun ruolo? 

Non si può non riconoscere che in senologia, forse più che in qualunque altro campo,  la chirurgia oncologica s’incontra e si sposa con la chirurgia estetica. E  non è solo nel senso ovvio e benefico per cui le possibilità di ricostruire il seno rendono l’impatto della mastectomia molto meno pensante, ma anche in modo meno ovvio, e per certi aspetti forse più inquietante. 

La chirurgia estetica è stata ed è un elemento fondamentale di un processo di trasformazione dell’immagine del corpo, del diffondersi di un’idea, largamente illusoria, di un corpo plastico, plasmabile grazie alla tecnica e  in base ai desideri. Ed è soprattutto su corpi di donne che la chirurgia estetica pura, non riparativa, interviene, e tra gli interventi estetici più richiesti ci sono appunto quelli sul seno, che certo è la  parte del corpo femminile  più carica di valenze simboliche ed emotive profonde, ma su cui, con una solo apparente contraddizione, sempre più spesso s’interviene come se fosse una sorta di accessorio, con un valore essenzialmente estetico e da variare in base alle mode, quando non anche alle convenienze professionali (quante signore televisive hanno costruito una magari effimera carriera su quarta o una quinta realizzata da un chirurgo?).

È una parte della storia che evidentemente crea qualche imbarazzo, visto la congiura del silenzio che la circonda, ma è una parte della storia che non può essere ignorata. 

E certo non è da trascurare il segnale che viene dal comunicato stampa emesso il 12 giugno 2013 dall’Associazione italiana di chirurgia plastica estetica (Aicpe): «Sull’onda emotiva della doppia mastectomia preventiva di Angelina Jolie, sempre più pazienti chiedono informazione al chirugo plastico per questa operazione», afferma il presidente di Aicpe Giovanni Botti. «In realtà i casi che presentano indicazioni per tale intervento sono molti meno di quanto si creda, quindi è bene che le pazienti siano realmente informate sulla necessità di sottoporsi a un’operazione».

Già rilevare che si sia creato un effetto Jolie («Effetto Jolie, boom di richieste per rimuovere il seno», è il titolo del comunicato) ci dovrebbe dar da pensare, ma ancora più significativo è il fatto che donne che si ritengono di essere  a rischio di cancro al seno si rivolgano a un chirurgo estetico invece che a un oncologo.

Riconosciamolo: drammaticità e frivolezza possono anche convivere, e in modi diversi. C’è molto nella parte nascosta di questo discorso e sarebbe bene affrontarlo. Anche perché per quanto ci sia, e c’è, d’inquietante in questa illusione di plasticità dei corpi, si deve riconoscere che a volte forse la frivolezza può addirittura diventare una risorsa in più per affrontare un percorso difficile e doloroso. 

Una fiaba contemporanea

C’è tutto in questa storia: l’amore della madre che si sacrifica per i figli, la forza dell’amazzone che si taglia il seno per combattere il nemico, il trionfo della bellezza e della seduzione. Sì, c’è tutto. 

E si deve riconoscere che dal punto di vista narrativo la mastectomia è sicuramente la scelta più efficace, perché sarebbe stato difficile costruire una simile storia con le opzioni molto meno eroiche e suggestive, anche se magari in certi casi più adeguate, di una sorveglianza intensificata (sai che noia raccontare ogni sei mesi della risonanza magnetica?) o di una chemioterapia preventiva, i cui effetti collaterali possono essere decisamente poco eleganti.

Una fiaba appunto, una fiaba contemporanea e globale, che dalle pagine del NYT in un attimo s’è riversata di tutto il mondo (o almeno di ciò che noi consideriamo tale) suscitando i commenti dei giornalisti di cronache rosa, come quelli di medici di chiara fama. Certo una storia irreale, come tutte le fiabe, e forse ottimisticamente ritengo che la maggior parte delle donne abbia alla fin fine abbastanza buon senso per non farsene condizionare direttamente.

Ma una fiaba non ha bisogno di essere di essere creduta per entrare nell’immaginario collettivo e negli immaginari individuali. E soprattutto, non ha bisogno di essere credibile per rivelare molto della realtà da cui emerge. Una realtà per ora più statunitense che europea, ma con cui sempre di più chi lavora nella prevenzione del cancro al seno deve e dovrà fare i conti, anche da questa parte dell’Atlantico.

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