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Caravaggio spiega le medical humanities

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Pubblicato il 01/02/2013

Che cosa ci fanno medici, musicologi, esperti di restauro, storici della filosofia e dell’arte davanti a un quadro del Caravaggio? La convinta e convincente risposta di Vincenzo Pacelli e di Gianluca Forgione, che hanno convocato la disparata schiera di professionisti e studiosi, è che tutti, e ciascuno in modo diverso, contribuiscono a una maggiore comprensione dell’opera del pittore (anche se la comprensione non è sovrapponibile al godimento estetico). Lo documenta il lavoro prodotto dai loro collaboratori: l’imponente volume Caravaggio tra arte e scienza (Paparoedizioni, Napoli 2012, pp.493).

È cruciale lasciarsi guidare dal sottotitolo: “tra arte e scienza”. Nel binomio risiede l’originalità dell’opera. Non stupisce che per un approccio più ricco e documentato a una produzione artistica siano invocate le competenze di cultori delle scienze esatte. Restauratori ed esperti di diagnostica - con gli strumenti della radiografia e della chimica - sono già collaboratori indispensabili dello storico dell’arte, a integrazione e senza pretendere di sostituire l’occhio del connoisseur. La novità di questa poderosa opera è di far appello anche a competenze che provengono dal mondo delle scienze biomediche. Medici clinici, anatomopatologi, medici legali sono convocati per analizzare i quadri di Caravaggio, cercando di rispondere alle questioni che si pongono di solito quando hanno davanti agli occhi persone malate o cadaveri: di quale patologia è affetto il personaggio ritratto (il Bacchino malato, per esempio)? Quanto è accurato, dal punto di vista fisiologico, lo sgozzamento del Battista di Malta? Che cosa può dire il medico legale sui cadaveri di santa Lucia (Seppellimento conservato a Siracusa) o della Madonna (Morte della Vergine)? Ecco alcune delle questioni alle quali gli specialisti di medicina cercano di rispondere, osservando i quadri di Caravaggio. Con l’esplicita consapevolezza - formulata dal chirurgo Gennaro Rispoli mentre si accinge ad analizzare la Decollazione del Battista – che se il medico, superando i limiti del suo sapere, “giocasse” a fare lo storico dell’arte, svuoterebbe di qualsiasi utilità il suo contributo.

Approdiamo così alla questione centrale che sta alla base delle Medical Humanities: quali sono i benefici che uno studioso delle scienze naturali - in questo caso un medico, professionista dell’arte della cura – può ricavare dalla frequentazione di quel complesso di conoscenze racchiuse dal termine inglese “humanities”? 

Il ponte tra i due argini è crollato da tempo. Suona assolutamente anacronistica la sentenza di José de Letamendi, cattedratico di patologia generale nell’università di Madrid e umanista celebre della seconda metà del XIX secolo: «Quien solo medicina sabe, ni aùn medicina sabe» («Chi conosce solo la medicina non conosce neanche la medicina»). La convinzione tradizionale era che non fosse sufficiente, per fare un buon terapeuta, la familiarità con la dimensione biologica della pratica medica: il medico non poteva ignorare le scienze umane e le arti. Oggi il percorso dell’unitarietà del sapere è molto accidentato. Ma non mancano esperienze pilota e modelli convincenti. Tra arte e scienza il dialogo è ancora possibile: è un merito di questa raccolta di saggi di ricordarcelo.

Per saperne di più

Caravaggio tra arte e scienza, Paparoedizioni, Napoli 2012, pp.493

Commenti

Inviato da roberto satolli (non verificato) il
Di fronte alla Incredulità di Tommaso (Potsdam) mi sono trovato a pensare che una perfetta rappresentazione del consenso alla sperimentazione clinica. L'uomo con una mano scosta la veste e consente all'investigatore di "provare" quello di cui dubita, ma con l'altra (e il gioco delle mani è magistrale) trattiene leggeremente la destra di Tommaso, come a dire: prova pure, ma non mi fare male. Da allora uso sempre una diapositiva con questa immagine quando devo parlare di questo argomento

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