I cittadini stranieri colpiti da un cancro hanno una mortalità più alta degli itlaliani. Non perché la malattia sia più aggressiva ma perché viene scoperta in ritardo, fino a 12 mesi dopo.
L’allarme è stato lanciato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) nel corso di un convegno dedicato a Neoplasie e stranieri lancia l’allarme.
“Vediamo un aumento dei tumori più direttamente correlati a stili di vita errati (polmone, testa-collo, colon-retto, stomaco) e al mancato accesso allo screening (collo dell’utero, seno e ancora colon retto)”, ha commentato il presidente dell’associazione Carmelo Iacono. L’ovvio risultato è che gli immigrati giungono da un medico “quando la neoplasia è in fasi più avanzate ed è quindi più grave”, ha aggiunto. “In questa popolazione, inoltre, vi è poi un’incidenza maggiore di cancro al fegato, che origina in gran parte dei casi da cirrosi dovute a forme di epatite B cronica ed è quindi più frequente in popolazioni che non hanno ricevuto la vaccinazione contro il virus, hanno vissuto in ambienti in cui questo prolifera o presentano altri fattori predisponenti come rapporti non protetti o abuso di alcol”.
Determinante, dunque, la prevenzione. In primo luogo l’adesione a corretti stili di vita e agli screening oncologi. Ma su quest’ultimo fronte, molto rimane da fare per adeguare il servizio sanitario alle esigenze delle popolazioni migranti.
“Le principali difficoltà rilevate dagli stranieri sono relative a barriere linguistiche, scarsa conoscenza del funzionamento e delle modalità di accesso e utilizzo del sistema sanitario e dalla distanza culturale con gli operatori”, ha sottolineato nel corso dell’incontro il coordinatore degli Assessori della Sanità della Conferenza Stato-Regioni, Luca Coletto.

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