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Naturale e artificiale: una riflessione

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Pubblicato il 05/04/2012

Quello tra naturale e artificiale è un rapporto che, fin dalle loro origini, filosofia e sociologia hanno posto alla base della propria indagine. Sia dal punto di vista epistemologico sia da quello del senso comune, il binomio naturale/artificiale si fonda sull’attitudine dell’uomo a vedere la realtà esterna come “altra da sé” e separata, quindi, da ciò che costituisce il proprio mondo personale. In altre parole, un conto sono gli oggetti e gli eventi della natura e un altro sono il pensiero e le idee. È facile sostenere che si tratta di una sorta di finzione (anche noi siamo parte della natura), però è solo attraverso questa attribuzione all’uomo di una posizione “speciale” che le scienze e la tecnologia hanno potuto svilupparsi. Tuttavia, la risposta che quasi tutti darebbero alla domanda «che cosa vuol dire artificiale?» («qualcosa fatto dall’uomo» oppure «qualcosa di non naturale») la dice lunga su questa attitudine. 

I naturoidi, modelli artificiali

C’è però da fare una distinzione più sottile. L’artificiale costituisce una classe eterogenea: sono evidenti le differenze tra un tubo catodico o una fresatrice da un lato e un rene artificiale o un robot umanoide dall’altro. Si tratta di una questione di ordine teleologico: vi sono prodotti che puntano all’applicazione delle conoscenze scientifiche allo scopo di ampliare, controllare e modificare lo stato delle cose naturali. E vi sono prodotti che cercano di utilizzare le conoscenze scientifiche allo scopo di riprodurre oggetti o processi del mondo naturale. Per questi ultimi ho coniato il termine naturoidi: oggetti, macchine o processi che intendono sostituirsi ai corrispondenti oggetti o fenomeni naturali assunti come esemplari dei quali il naturoide riproduce qualche aspetto, funzione o comportamento. 

Nonostante l’ampia diffusione e lo sviluppo dei naturoidi (classe che include organi e tessuti del corpo umano, oggetti e fenomeni come gravità e pioggia, processi come il gusto e l’intelligenza), la classe della tecnologia non riproduttiva (quella esemplificata dal tubo catodico) è molto più avanzata e diversificata.

Questo fatto è importante per la progettazione di un naturoide perché il suo successo e la sua efficacia dipendono proprio dalle tecnologie esistenti, di per sé non destinate a riprodurre fenomeni naturali. Si può citare il caso della cardiochirurgia, che utilizza gli stessi polimeri impiegati anche nella produzione degli isolanti per cavi elettrici e nei prodotti della moda femminile.

Ma, se è vero che tutto ciò che è fatto dall’uomo è artificiale, non è vero che tutto il mondo dell’artificiale è costituito da naturoidi. I naturoidi vorrebbero riprodurre almeno in parte la natura ed esserne accettati integrandosi con essa. Al contrario, gli altri prodotti artificiali, non avendo le stesse ambizioni dei naturoidi, costituiscono una realtà deliberatamente diversa e aggiuntiva rispetto a quella data dalla natura. 

Un po’ di storia

Oggi naturoidi e prodotti tecnologici non riproduttivi sono spesso considerati e usati indistintamente. Nei secoli passati era più facile distinguerli perché i naturoidi si proponevano come oggetti molto distanti dai fenomeni naturali che volevano riprodurre. Sin dalla Grecia antica i naturoidi sono stati concepiti e realizzati per stupire. Ma anche nei secoli successivi la meccanica è stata impiegata per costruire oggetti o macchine quasi sempre destinati a provocare meraviglia o persino timore, al punto che venivano spesso definiti «diavolerie» e banditi dalle chiese.

Una menzione speciale meritano gli arti artificiali che, per motivi legati all’attività bellica, erano sempre molto richiesti. Già Erodoto, nel 500 a.C. riferisce di un uomo che portava un piede di legno e un ritrovamento effettuato a Capri, risalente al 300 a.C., mostra un uomo dotato di una gamba artificiale fatta di rame e legno. La tecnologia relativa a quest’area di naturoidi si è poi sviluppata grazie all’affinamento della meccanica e, più tardi, delle tecniche elettroniche.

Filosofia e sociologia, nel corso dei secoli, hanno considerato artificiale tutto ciò che, indistintamente, è prodotto dall’uomo. Le distinzioni sono invece importanti perché tutto lascia pensare che già oggi, ma soprattutto nel prossimo futuro, parlare di tecnologia in chiave generica non sia più possibile senza cadere in errori di valutazione. Non condivido le profezie più tetre, ma certamente il profilarsi di una sempre più sofisticata tecnologia dei robot (naturoidi che assumono come esemplare naturale l’uomo stesso) richiede un’analisi articolata e complessa.

Con l’introduzione del concetto di naturoide il cerchio si chiude: l’artificiale, da sempre, si stacca dalla natura ma, con i naturoidi, vi ritorna. Cosa questo implichi sul piano antropologico culturale o bio-culturale, non è ancora possibile dirlo. Il fisico e narratore Giuseppe O. Longo parla non solo di Homo technologicus, ma persino di un possibile Simbionte, in parte natura, in parte naturoide. Altri autori, come Raymond Kurzweil e Hans Moravec, si spingono oltre e predicono una prossima supremazia delle macchine intelligenti sull’uomo: profezia non originale, ma piuttosto remota. Quel che è certo è che sin da ora ci stiamo adattando alle novità tecnologiche più diverse e che, quanto più queste saranno significative, tanto più l’adattamento, e forse la selezione, si svilupperanno come hanno già fatto in passato.

Dai farmaci agli arti artificiali

L’impatto dei naturoidi è importante anche sul fronte della medicina. La chimica e la farmacologia, che studiano e producono sostanze che sostituiscono o emulano sostanze naturali, generando veri e propri naturoidi, hanno permesso di allungare e migliorare la vita media dell’uomo. Gli alimenti e i medicamenti puramente naturali erano, e sono, ciò da cui proveniamo e da cui ci siamo allontanati non solo per la loro povertà ma anche perché si sono spesso rivelati nocivi. Questo non significa che i cibi e i farmaci naturoidi siano sempre migliori, come dimostrano i casi dell’aspartame e del miele artificiale. Tuttavia, l’invocazione della natura non è di per sé taumaturgica: tutte le piante producono veleni, cancerogeni e mutageni, ma è proprio grazie alla tecnologia chimica e alle conoscenze botaniche che possiamo difenderci.

In medicina i naturoidi sono comunque la norma. Ogni intervento sul corpo umano presuppone la conoscenza degli stati normali e il loro ripristino attraverso l’impiego di sostanze o dispositivi che, come il pace-maker, vengono accettati dall’organismo e vi si integrano il più possibile. Ovviamente si tratta di un quadro ideale che difficilmente può trasformarsi in una riproduzione perfetta. In parte, infatti, anche il paziente deve adattarsi al naturoide, come accade con gli arti o gli organi artificiali che richiedono attenzione e cautela: è frequente il rifiuto da parte dei pazienti a causa dell’eccessivo ingombro richiesto dal loro impiego. Normalmente usiamo le nostre braccia automaticamente, mentre l’impiego di un braccio artificiale richiede il rispetto di una serie di regole.

Gli studi progrediscono e, nel caso della gamba e del piede artificiali, sono disponibili dispositivi che evitano di inciampare in un ostacolo grazie a sensori (stumble-detection) e attuatori che cercano di riprodurre i normali processi sensoriali e dinamici della gamba e del piede.

Una ricerca di frontiera

La regola generale è questa: da un naturoide non ci si deve aspettare la replicazione fedele dell’esemplare naturale, cioè la riproduzione di tutte le sue proprietà. Un naturoide possiede infatti sempre una personalità che non può essere trascurata: può ingannare il contesto ospite (il corpo umano, un paesaggio, un sistema naturale), ma prima o poi rivelerà la propria estraneità alla natura. Anche per questo, Willelm Kolff, pioniere del rene e del cuore artificiali, affermava che i confini della ricerca bioingegneristica si spostano sempre più in là. A spingerla verso obiettivi sempre più complessi sono, da un lato, l’avanzamento conoscitivo sull’esemplare naturale, dall’altro, la necessità di ovviare ai problemi che emergono dalla semplificazione dei modelli e dall’eterogeneità dei materiali utilizzati nella progettazione. 

Tutto va messo in relazione alle potenzialità e ai limiti della natura umana, non solo della tecnologia in quanto tale. Sia l’artificiale sia i naturoidi sono prodotti dell’ingegno, considerato come soggetto separato dalla natura e capace di studiarla o modificarla come oggetto. Tuttavia, l’artificiale non riproduttivo, per essere usato, necessita solo della conoscenza operativa del dispositivo e della condivisione degli obiettivi per cui è progettato: devo sapere come manovrare un’automobile ed essere attratto dall’idea di un viaggio. Un naturoide, invece, pone le stesse condizioni ma vi aggiunge la necessità di conoscere le proprietà e il comportamento dell’esemplare naturale che cerca di riprodurre, il modello sulla cui base è stato realizzato e le proprietà dei materiali impiegati.

Il mondo dei naturoidi costituisce una realtà molto complessa su cui convergono non solo la scienza e la tecnologia ma anche la cultura. In questo quadro la tecnologia dei naturoidi, con il suo riferimento alla natura, è anche una sfida all’uomo che invoca spesso le cose naturali ma altrettanto spesso mostra di non conoscerle adeguatamente. 

Sfortunatamente, questo ritardo riguarda gli stessi scienziati e i progettisti che non sono in grado di descrivere e spiegare tutto ciò che esiste o avviene nel mondo naturale. Non conoscere perfettamente l’esemplare da riprodurre significa predisporre un modello imperfetto. Modello da cui discende un dispositivo tecnologico a sua volta più o meno carente o difettoso. Basti pensare alla progettazione di un robot sulla scorta delle conoscenze incomplete che abbiamo sul nostro cervello. D’altra parte, è proprio questo il contesto in cui viviamo e operiamo: le frontiere della scienza e della tecnologia sono il traguardo permanente con cui dobbiamo fare i conti.

 

Per saperne di più

M Negrotti, Naturoids. On The Nature of the Artificial, World Scientific Publishing Company, New Jersey, 2002

M Negrotti, Artificiale: la riproduzione della natura e le sue leggi, Laterza, Roma-Bari 2000

M Negrotti. Capire l’artificiale, Boringhieri, Torino 1990

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