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La fine del vantaggio mediterraneo

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Pubblicato il 23/11/2012

L’omogeneizzazione del gusto e dei consumi su scala globale si è estesa a interessare aree del Mediterraneo che hanno potuto godere a lungo di una particolare protezione nei confronti dell’eccesso ponderale e delle malattie croniche-degenerative derivante da stili di vita selezionati nell’arco dei secoli. 

In Italia ormai più di un terzo della popolazione pediatrica è affetta da sovrappeso o obesità. La prevalenza non è sostanzialmente diversa da quella riscontrata in altri Paesi del Sud Europa ma, rispetto a questi, presenta una rilevante diversificazione regionale raggiungendo nel nostro Mezzogiorno una diffusione di tipo epidemico paragonabile alla realtà nord-americana.

Un’ipoteca sul futuro

Il sovrappeso assume una particolare rilevanza clinica nella generazione più giovane considerato che, oltre ad avere immediate implicazioni sulla salute fisica e psichica, sul rendimento scolastico e sulla qualità delle relazioni sociali, è destinato a permanere sino all’età adulta in più del 50 per cento dei casi e si associa alla presenza precoce di diversi fattori di rischio cardiovascolare.

Almeno un terzo dei soggetti pediatrici obesi presenta un’aggregazione di alterazioni metaboliche (sindrome metabolica) che comprende la dislipidemia aterogena (aumento dei trigliceridi e riduzione del colesterolo buono), l’ipertensione arteriosa, l’insulino-resistenza con il prediabete o il diabete franco, una condizione di infiammazione cronica sistemica di grado lieve, sostenuta da un insieme di mediatori prodotti dal grasso addominale e il fegato grasso (steatosi epatica non alcolica). Tutti questi fattori intervengono nella genesi del danno aterosclerotico precoce che, nelle fasi iniziali, si manifesta con l’irrigidimento e ispessimento dei vasi arteriosi. 

Alcuni studi prospettici hanno dimostrato che il sovrappeso in età pediatrica è associato all’arteriosclerosi e alle patologie ischemiche dell’età adulta indipendentemente dalla presenza dell’eccesso ponderale e di altri fattori di rischio. Ciò conferma che un danno della parete arteriosa può realizzarsi già in un periodo molto precoce della vita, stabilizzarsi e, quindi, manifestarsi con temibili complicanze nelle fasi più avanzate.

Una consistente quota di popolazione pediatrica si ritrova, quindi, a sopportare, già in una fase molto precoce della propria esistenza, un carico di patologia cronica considerata, sino a oggi, esclusiva prerogativa dell’età più avanzata. 

Queste evidenze epidemiologiche potrebbero tradursi nell’immediato futuro in un aumento della morbilità e un declino dell’aspettativa di vita.

Interventi immediati

A tal punto, si tratta di prendere rapidamente consapevolezza che il vantaggio mediterraneo di cui abbiamo sino a oggi goduto si è esaurito e che bisogna mettersi rapidamente al lavoro per recuperare i disastrosi effetti di una sottovalutazione del problema. 

Nonostante l’allarmante situazione epidemiologica e le drammatiche prospettive, anche in termini di impegno di risorse economiche, il fenomeno stenta ancora a essere percepito come un’emergenza di salute pubblica. 

Il livello di sensibilità e responsabilità delle Istituzioni nei confronti del fenomeno resta ancora lontano dal potere concepire un articolato piano di interventi che, considerata la complessità del fenomeno, sia in grado di garantire una efficace azione di contrasto sia sul versante individuale dei soggetti a rischio, sia a livello più generale di popolazione. 

Si avverte, soprattutto, la mancanza di un impegno convinto nella scuola primaria che consentirebbe di includere in programmi di prevenzione soprattutto quegli adolescenti appartenenti alle fasce di popolazioni più deboli dal punto di vista socio-economico che sono maggiormente esposti al rischio e che al di fuori dall’ambito scolastico rischierebbero di essere esclusi da interventi sanitari diretti. 

Nei Paesi che hanno avviato da più di un decennio programmi di prevenzione ispirati a queste logiche si cominciano a registrare risultati incoraggianti. Negli Usa, un Paese che è particolarmente impegnato in azioni di contrasto considerata la particolare estensione epidemiologica del fenomeno, le ultime rilevazioni epidemiologiche evidenziano una battuta di arresto della diffusione del sovrappeso e dell’obesità e dei fattori di rischio cardiovascolare dopo decenni di continua e drammatica crescita.

Calabria e Usa sempre più vicini

Un ragazzo su tre è in sovrappeso e uno su sei è francamente obeso. Sono questi i dati riscontrati in un campione di 645 ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 13 anni dal Progetto M.A.RE.A (Metabolic Alterations in Reggio Calabria Adolescents). 

I numeri sembrano americani, ma lo studio è stato realizzato a Reggio Calabria dall’Associazione Calabrese di Epatologia in collaborazione con il Reparto di Epidemiologia Clinica e Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità. 

Numerosi gli indicatori preoccupanti: i ragazzi con eccesso ponderale presentavano una più elevata prevalenza di fattori di rischio cardiovascolare: più bassi livelli di colesterolo Hdl e livelli elevati di trigliceridi, insulina e proteina C reattiva. Inoltre, dalla ricerca è emerso che anche il semplice sovrappeso, e non solo l’obesità, si accompagna a un danno pre-aterosclerotico valutato con la misurazione dello spessore dell’intima-media carotidea. Infine, il 13% della popolazione, con punte del 40% nei ragazzi obesi, presentava steatosi epatica.

 

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