Quando e quanto è lecito preoccuparsi?

I giornali la chiamano “la nuova SARS” e fino a pochi giorni fa l’attenzione pubblica sul nuovo coronavirus, individuato per la prima volta lo scorso settembre in Arabia Saudita, era decisamente bassa. Qualcosa è cambiato, in questo silenzio generale, quando il nuovo virus, ribattezzato MERS (Middle East Respiratory Syndrome), è arrivato in Europa, prima in Francia, poi in Germania e, a inizio mese, anche in Italia. La sua pericolosità è potenzialmente più alta di quella del virus H7N9, responsabile dell'influenza aviaria che sta colpendo la Cina: ha una maggior letalità (38 morti su 64 casi), non si conosce ancora il suo vettore animale ed è in grado di trasmettersi da uomo a uomo, sebbene solo in alcuni casi di contatto ravvicinato. 

Tutte caratteristiche che dovrebbero far suonare parecchi campanelli d’allarme. Ma si ha la sensazione che questi campanelli suonino solo in alcune stanze, mentre il pubblico all’esterno rimane sostanzialmente ignaro del potenziale pericolo.

Se già di H7N9 si parla poco, della MERS si dice ancor meno. 

Il rischio è che la popolazione si abitui a sentir parlare di epidemie nate in paesi lontani e che, di conseguenza, sia meno reattiva in caso la situazione dovesse aggravarsi. A ciò va aggiunta la mancanza di un’adeguata strategia di preparazione a una possibile pandemia, soprattutto per quanto riguarda le misure non-farmaceutiche; quando è il momento di acquistare scorte di viveri? In quali circostanze le scuole devono chiudere? Come pianificare le assenze da lavoro? Come sostituire persone con incarichi chiave all’interno di una determinata comunità? 

Domande che rimangono senza risposta. Misure di cui non si parla, probabilmente per timore di suscitare allarmismi, se non addirittura panico, nella popolazione. Su queste misure, tuttavia, sarebbe però opportuno discutere poiché il modo migliore per ridurre l’impatto di un’epidemia, come di un qualunque altro disastro ambientale, è quello di essere il più preparati possibile quando ci si ritrova ad affrontarlo. Come accade in Giappone con i terremoti, insomma.

Ci sarebbe poi da discutere sull’infelice scelta del nome MERS che, con il suo esplicito riferimento al luogo in cui il nuovo coronavirus è stato scoperto, potrebbe facilmente generare stigmatizzazioni e discriminazioni sociali. A tal proposito, è bene ricordare due casi significativi: il primo riguarda la pandemia influenzale del 2001, chiamata “messicana” in diversi Stati poiché si riteneva che il Messico fosse il luogo d’origine dell’infezione. Una denominazione che portò a diversi e problematici casi di discriminazione, come l’applicazione di norme di quarantena non necessaria nei confronti di persone di nazionalità messicana da parte delle autorità cinesi. Il secondo caso riguarda proprio la precedente epidemia di SARS nel 2003, che mise la comunità cinese al centro di un’onda di attenzione negativa. Da un’indagine condotta dai Centers for Disease Control and Prevention americani emerse infatti che circa il 10% delle telefonate relative alla SARS fra aprile e maggio 2003 erano incentrate sul timore di possibili contagi derivanti dalla vicinanza con persone asiatiche o dall’acquisto di prodotti provenienti dall’Estremo Oriente. Stupisce quindi vedere che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità abbia adottato questo nome.

Una scarsa attenzione, qualche scivolone comunicativo e un’inadeguata preparazione non sono un buon modo per contrastare un potenziale rischio come quello rappresentato dalla MERS, considerando che Margaret Chan, direttrice generale dell'OMS, ha definito il virus «una minaccia per il mondo intero».

Così scriveva, poco più di un mese fa, Peter Sandman, influente esperto di comunicazione statunitense, sul suo sito: «Un obiettivo fondamentale della comunicazione del rischio è di replicare nel tuo pubblico lo stesso livello di preoccupazione che tu stai sperimentando».

Non è quello che sta accadendo ora.

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