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In Europa soffia vento antiabortista

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Nel 2010, il governo Zapatero era riuscito per un soffio ad approvare la “Legge di salute sessuale e riproduttiva e dell’interruzione volontaria di gravidanza”. Appena 26 voti separarono i sostenitori (il partito socialista del premier Zapatero e gli alleati) dai contrari (il partito popolare).

La svolta introdotta dalla legge è stata il riconoscimento dell’interruzione di gravidanza quale diritto della donna da non dover giustificare con ragioni mediche. Ciò almeno nelle prime 14 settimane, periodo in cui «sarà possibile interrompere la gravidanza […] a discrezione della donna sempre che siano rispettati i seguenti requisiti: che la donna sia stata informata sui diritti, le prestazioni e gli aiuti pubblici a sostegno della maternità[…]; che siano trascorsi almeno tre giorni da quando la donna ha ricevuto le informazioni», dice la legge.

Oggi, a rapporti politici invertiti, quella norma è messa in discussione. 

Nelle scorse settimane, prima il premier Mariano Rajoy, poi il ministro della giustizia Alberto Ruiz-Gallardón, hanno annunciato la volontà del governo di rimettere mano alla normativa che, secondo le prime dichiarazioni, dovrebbe essere più restrittiva non solo della legge voluta dal governo socialista, ma anche della vecchia norma del 1985 che consentiva l’aborto nel caso di rischio per la salute fisica o psichica della madre, di stupro e di malformazioni del feto. 

L’aborto non sarà più una scelta della donna, ma un intervento terapeutico con precise indicazioni. Pertanto, nel caso di rischio per la donna, questo dovrà essere opportunamente certificato. Mentre, dovrebbero sparire quelle che in Spagna, senza troppi giri di parole, definiscono “ragioni eugenetiche”. Vale a dire che l’aborto non sarà consentito in caso di gravi malformazioni del feto.

Bisognerà attendere per verificare se queste prime dichiarazioni troveranno riscontro in un testo da sottoporre al parlamento. Intanto c’è chi avverte: se sarà così si corre il rischio concreto di tornare agli aborti clandestini.

O a una forma di emigrazione sanitaria che conosce bene l’Irlanda, ultimo paese rimasto in Europa, insieme a Malta, a non consentire l’interruzione volontaria di gravidanza. Un divieto che porta ogni anno 6 mila donne irlandesi ad attraversare il canale di San Giorgio per abortire nel Regno Unito.

In realtà, in Irlanda un’eccezione al divieto di aborto, che è stabilito dalla costituzione, è contemplata: quando è «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Lo ha sentenziato una ventina di anni fa la corte suprema del paese. Ma da allora, nessun governo si è preso la briga di scrivere una legge che rendesse esigibile questo diritto.

Ci stanno provando ora, ma il rischio è che non cambi la sostanza delle cose. Pochi giorni fa è stato presentato un disegno di legge per consentire l’aborto quando la vita della donna risulta in grave pericolo o nel caso di un suo possibile suicidio.

La proposta, però, non piace a nessuno. Gli antiabortisti (nonostante l’iter per certificare la reale presenza di pensieri suicidari sia una corsa a ostacoli per la donna) sono preoccupati dal fatto che se la legge passerà ogni donna potrà richiedere un aborto semplicemente minacciando un suicidio. 

Le femministe considerano invece questa norma paternalistica e in netto contrasto con le norme internazionali sul diritto delle donne alla salute e alla dignità.

Nella realtà, come ha ammesso il primo ministro irlandese la legge sarà una soluzione gattopardesca: serve a colmare un vuoto normativo ma «non cambierà la legge irlandese sull’interruzione della gravidanza». 

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