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Cosa hanno in comune Angelina Jolie e Celentano

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«Mi sono sottoposta a un intervento di doppia mastectomia preventiva per scongiurare il rischio di cancro al seno». Angelina Jolie l’ha comunicato così al mondo, attraverso un editoriale sul New York Times.

E oggi si discute. Se non sia un’esagerazione, un’altra forma dell’ossessione della salute piena. O, piuttosto, se non sia la massima espressione del diritto all’autodeterminazione. I medici si dividono tra letture cliniche: c’è chi la giustifica e chi invece considera altrettanto sicuro sottoporsi a controlli ravvicinati.

Quel che è probabile, però, è che, placato il dibattito, da domani le cose cambieranno. Quella che fino a oggi era un’opzione sconosciuta o non presa in considerazione dalle donne, potrebbe tramutarsi in una pratica clinica desiderata e perseguita. E fiumi di donne poco più che trentenni potrebbero precipitarsi a richiedere test genetici per valutare il futuro rischio di cancro al seno. 

Come stanno i fatti, nel caso di Angelina Joile, lo ha spiegato in maniera chiara sul Corriere della Sera Edoardo Boncinelli, genetista e professore di Biologia e Genetica presso all'Università Vita- Salute di Milano.

Il «gesto doloroso, e costoso, è stato giustificato dalla presenza nel suo genoma di quella variante del gene Brca-1 che annuncia appunto un'alta probabilità di contrarre un tumore al seno, e una minore, ma significativa, probabilità di contrarre un tumore alle ovaie. Nel caso suo la probabilità era alta perché aveva dietro una storia di familiarità. Sua madre era morta a 56 anni dopo dieci anni di sofferenze. A conti fatti, i clinici le avevano assegnato un 87% di probabilità di sviluppare un tumore al seno. In seguito all'asportazione dei seni tale probabilità non si è azzerata, ma si è ridotta al 5%», spiega Boncinelli che, però, mette i puntini sulle “i”. «La prima cosa da notare è che non è il possesso di quel gene che può causare la malattia — quel gene, Brca-1 ce lo abbiamo tutti — ma è la particolare forma di quel gene che segnala il pericolo e deve preoccupare. E lei possedeva e possiede quella forma. In secondo luogo, questo rappresenta un caso particolarmente chiaro. Altri geni o, meglio, altre forme geniche di altri geni, non hanno quella stessa forza e quella stessa capacità di determinare questa o quella malattia […]. Si tratta quindi di un caso particolarmente fortunato, o sfortunato, di medicina predittiva».

Un caso singolo, con caratteristiche peculiari a cui ha fatto seguito una scelta individuale. Indiscutibile. E che non può essere in alcun modo preso a esempio dalla popolazione femminile nel suo complesso.

Ma cosa ne è della medicina quando scendono in campo i testimonial? Quando figure ammirate dai cittadini/pubblico entrano nel dibattito medico con linguaggi ben più efficaci e comprensibili?

Gli effetti, in Italia, li stiamo toccando con mano. Un trattamento che le istituzioni scientifiche hanno giudicato illegale, inutile, potenzialmente pericoloso ha ricevuto l’autorizzazione a essere proseguito sulla scia di una protesta di piazza alimentata anche da personaggi dello spettacolo.

Nei prossimi giorni la Camera dei Deputati potrebbe irreggimentare nell’alveo della sperimentazione clinica convenzionale. Che significa sicura per il paziente e in grado di dare risultati affidabili. 

Ma il danno è fatto. Qualcuno - come già avvenuto in passato - metterà sotto accusa i nuovi protocolli lamentando che, «certo che no!, così non possono funzionare». Qualcuno si riterrà danneggiato dalla sperimentazione così condotta. Qualcuno parlerà di omicidi di Stato. 

A fare la figura dei guardiani dell’ingiustizia rimarranno medici e scienziati che si terranno alla larga dagli slogan, invocheranno il rispetto del rigore spiegando che la scienza e la medicina sono cose serie che non si possono banalizzare.

Urge una soluzione.

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