Noi medici, da Don Abbondio a Charlot

Un programma politico per una nuova sanità, ma non solo. Come altrimenti definire un’opera che, partendo dall’ambito della relazione e della comunicazione tra paziente e medico, tra cittadini e organizzazione della sanità, e attraverso una ferma denuncia dell’attuale contesto, arriva a proporre un modello di amministrazione della cosa pubblica radicalmente diverso? 

Che il libro Comunicazione profonda in sanità si muova in pieno nell’ambito della politica ce lo dice lo stesso autore stesso, Francesco Calamo Specchia, quando ci ricorda che è necessario lavorare sulla domanda sanitaria «sia per renderla consapevole sia per modificare opportunamente il contesto nella quale essa si forma. Tale lavoro va effettuato anzitutto a livello di macrosistema nazionale, come governo delle ricadute sanitarie di certe politiche generali». Esattamente come avviene per l’assetto urbanistico, le infrastrutture, l’occupazione, le scelte energetiche e produttive. 

Si tratta di un programma politico in piena regola, animato da uno spirito profondamente laico e che porti a una profonda riforma della sanità, a partire dal ribaltamento dell’attuale paradigma aziendalista, economicista, contro la prevalenza dell’utile sul giusto.

La vita come metafora aziendale

Oggi predomina il binomio dell’utile e del profitto, mentre è rimasto in secondo piano quello del giusto e del valore. In sanità, come in altri ambiti, abbiamo smarrito la concezione del tempo al servizio dell’uomo, un tempo-valore e non un tempo-denaro e siamo invece tutti al servizio del tempo. Basti pensare ai sistemi di valutazione, che spaccano in quattro il capello dei processi produttivi e non si curano degli esiti degli stessi. 

Misuriamo tantissimo, dimenticando che la qualità è irriducibile alla quantità. 

«La sanità ha bisogno di più senso, di una ri-animazione, cioè di una ri-immissione di un’anima/senso. Tutta la nostra società sta morendo di tecnica, di misurabile», scrive Calamo Specchia che con un felice neologismo ci guida nel reame di «Aziendalia, un luogo in cui si comunica in un orrendo pidgin-english funzionalista e tecnicale, incomprensibile e orwelliano».

Un’altra forma di pensiero, di pensiero critico, è invece ormai necessaria e non rimandabile, contro lo «scandalo dell’eliminazione della parola, dell’essere, della sua uccisione con le esigenze del mercato, di un abbrutente fare». 

Il tema della relazione tra la persona e i curanti è un terreno dove l’autore pone l’esigenza di un deciso salto di qualità, cercando il consenso con il malato piuttosto che del malato. 

Tra i numerosi riferimenti culturali di cui il libro abbonda, Heidegger, quando definisce la cura non già come «prendersi cura di qualcuno», ma al più «procurare qualcosa a qualcuno», o Claude Levi-Strauss secondo il quale la comunicazione è «relazione sociale nella quale due o più soggetti arrivano a condividere particolari significati». O, ancora, Ivan Illich, che vede la salute «come capacità di adattarsi a un ambiente che cambia».

Altro che compliance: una buona relazione non può che promuovere la competence dei pazienti.

Misurare i servizi o la salute?

Passando dal livello della comunicazione individuale a quello delle organizzazioni il testo mette in guardia dal mantenere l’attuale struttura dell’organizzazione sanitaria. Basti pensare all’etimologia del termine azienda, da facienda, le cose da fare. L’essere è in secondo piano, non ci sono persone, ma risorse umane. Nell’azienda c’è un «puro fare cui non necessita un pensiero», dove «nessuno Charlot pensante possa deviare il flusso prestabilito e ottuso del nastro trasportatore … l’idea che debba prevalere la prestazione di servizi sulla produzione di valori», scrive l’autore citando Tempi Moderni di Charlie Chaplin.

Allora, dato che la sanità pubblica non può essere (solo) un’azienda, non le sono applicabili gli approcci comunicativi tipicamente aziendali, buoni tutt’al più «per la razionalizzazione della variabile subordinata che è la produzione di servizi, ma che devono fermarsi di fronte alla potestà della variabile indipendente, la produzione di salute». 

Oltre al risultato della produzione (l’output) deve essere valutato e valorizzato l’effetto ottenuto attraverso quella produzione (l’outcome). Purtroppo la sanità aziendalizzata di oggi viene valutata e finanziata per la produzione di servizi (l’output) e non tanto per la produzione di salute (l’outcome), abbiamo tanti indicatori di processo ma pochissimi di esito. Invece l’autore richiama all’ineludibilità di quella che lui chiama una «scommessa sull’impossibilità che la vita di tutti si sia ridotta a una esclusiva ricerca dell’utile, e che invece sopravviva ancora nella maggioranza degli individui una quota irriducibile dell’essere persona che porta irresistibilmente verso le regioni dell’inutile ma gratificante, del valoriale anche se in perdita».

Il primato del pubblico

Il libro richiama in maniera forte l’autorevolezza assoluta ed esclusiva dell’azienda sanitaria pubblica come unica fonte neutrale, attendibile e autorevole di ogni discorso tecnico sulla sanità e la salute. 

Non è secondario, di questi tempi, ribadire con forza la necessità della difesa del Servizio sanitario nazionale, nato circa trentacinque anni fa e sottoposto a continui attacchi. 

E, in proposito, viene citata proprio una delle istituzioni simbolo del neo-liberismo, la Banca Mondiale, che ormai da vent’anni ha dimostrato la superiorità dei sistemi nazionali basati sulla fiscalità generale rispetto a quelli privatistico-mutualistici nel determinare non solo efficacia ed equità, ma anche la stessa efficienza degli interventi sanitari. Ben inteso, pubblico non è automaticamente sinonimo di efficacia ed efficienza (così come non lo è il privato): è richiesta una continua responsabilizzazione dei dirigenti, i quali si dovrebbero attenere a una stretta aderenza a quell’accountability che forse non a caso non ha un suo equivalente diretto nella lingua italiana. 

Bisogno di rivoluzione

E, molto originalmente, Francesco Calamo Specchia arriva a proporre, sulla base della prassi ormai consolidata del consenso informato a livello individuale, il «consenso informato organizzativo»: «dato che ogni cittadino è il proprietario del Ssn in qualità di soggetto collettivo, esattamente come è proprietario del proprio corpo in quanto persona, ogni Asl non può decidere nulla senza informare i cittadini circa la situazione organizzativa presente e le decisioni che si vorrebbero assumere e senza aver ottenuto da essi un consenso esplicito». Una rivoluzione, in netta controtendenza con la progressiva finanziarizzazione della sanità, la mancanza di trasparenza e l’assenza dei cittadini e dei loro rappresentanti nella partecipazione alle scelte in tema di organizzazione sanitaria. Scelte che si focalizzano sempre di più sull’offerta e invece trascurano di lavorare sulla conoscenza e l’educazione della domanda. 

Certo, per fare tutto questo è necessario tanto tempo, e «per comunicare in profondità, come per determinare salute, giustizia e ogni altro bene meritorio bisogna accettare di “perdere” – o piuttosto impiegare! – tempo, e denaro, e ogni altra risorsa; e non pretendere di guadagnarne». 

Ecco dunque la necessità di una profonda rivoluzione culturale e politica: si sente l’esigenza di una sanità non retribuita per ogni prestazione fornita, a cottimo, ma finanziata per gli effetti delle prestazioni, dove dunque contino gli interessi del fruitore più che quelli del fornitore. 

Rivoluzione davvero, perché non è ulteriormente sostenibile la deriva consumistico-pubblicitaria che enfatizza l’importanza di interventi ad alto contenuto tecnico/tecnologico, che poi restano comunque riservati ai pochi casi che richiedono prestazioni superspecialistiche. Invece, «l’eccellenza di un sistema sanitario nazionale si mostra soprattutto nell’allargare la base di crescita sanitaria di tutto il Paese». 

Rivoluzione politica nel vero senso della parola, se solo prestassimo attenzione a dati che sono sotto gli occhi di tutti e che l’autore opportunamente ci ricorda: il Ssn costa 100 miliardi di euro all’anno; l’evasione fiscale vale dai 150 ai 200 miliardi annui; in Italia la spesa sanitaria pro-capite è inferiore del 20 per cento alla media europea, del 50 per cento a quella degli Stati Uniti d’America e del Giappone. Invece, siamo molto in alto - il sesto posto al mondo - per spese militari, con un ammontare annuo di 30 miliardi e in crescita costante dal 1996.

Nè aziendalismo nè assistenzialismo

Un altro originale spunto di questa opera feconda e stimolante è la critica al telethonismo, visto come «una sconfitta per le ragioni della prevenzione, del diritto alla salute e di una ricerca scientifica neutrale e attendibile». 

I malati sono portatori di diritti e non oggetto di elargizioni che costituiscono un’elemosina per i meno fortunati, contro i principi dello Stato sociale. Dunque non l’aziendalismo ma neanche l’assistenzialismo: l’appello accorato di Francesco Calamo Specchia è a promuovere «una società dove davvero il valore principale ridiventi la vita e la salute ne ridiventi l’attributo irrinunciabile, in cui si ammetta anche di poter “perdere” in termini finanziari pur di salvaguardare la meritorietà degli interventi. E noi medici - a mio parere tutti i medici, non solo coloro che si occupano di organizzazione sanitaria - dobbiamo rifiutare il ruolo unico rimastoci e richiestoci di chierici e glossatori di Aziendalia, donabbondi chiusi nel nostro autoreferenziale latinorum aziendalese».

Commenti

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MOLTO INTERESSANE E CONDIVISIBILE

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