È la risposta dei medici alla sempre maggiore facilità con cui i pazienti denunciano di essere stati vittime di malasanità. Ma forse i cittadini ci penserebbero due volte a denunciare il proprio medico se sapessero che la medicina difensiva costa allo Stato 10 miliardi di euro, in pratica quanto lo Stato ha sottratto ai cittadini attraverso l’Imu nel 2012.
Il dato arriva dalla relazione di fine legislatura presentata nei giorni scorsi dalla Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari della Camera.
Nella relazione si sottolinea come negli ultimi anni si sia assistito al notevole acuirsi dell’attenzione agli errori e agli incidenti che possono verificarsi nell’erogazione dei trattamenti sanitari. Un fenomeno che, secondo la Commissione, è dovuto in parte al rilievo dato agli eventi dalla letteratura scientifica e dai mass media, «ma deriva soprattutto dal manifestarsi, anche in Italia, di un nuovo indirizzo culturale e giurisprudenziale diretto a incrementare esponenzialmente il risarcimento del danno biologico ed esistenziale».
Il risultato è stato lo sviluppo della “medicina difensiva”, ossia la tendenza dei medici a modificare il loro comportamento professionale a causa del timore di procedimenti giudiziari per malpractice, prescrivendo più farmaci, visite ed esami di quanto necessario per scongiurare ogni accusa di errore del medico.
Il fenomeno, ricorda la Commissione, è stato ampiamente descritto nel novembre 2010 dalla prima ricerca nazionale sul fenomeno della medicina difensiva, realizzata dall’Ordine provinciale dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma. I dati raccolti indicano che il 78,2% dei medici ritiene di correre un maggiore rischio di procedimenti giudiziari rispetto al passato, il 68,9% pensa di avere tre probabilità su dieci di subirne. Complessivamente, ben il 65,4 % ritiene di subire una pressione indebita nella pratica clinica quotidiana a causa della possibilità di tale evenienza. Gran parte dei medici ricorre dunque alla medicina difensiva a causa del clima attuale dell’opinione pubblica (65,8%), o a causa di eventuali iniziative della magistratura (57,9%), o per le esperienze di contenzioso di altri colleghi (48,4%), o ancora per la necessità di prevenire sanzioni comminate da strutture e servizi di appartenenza (43,1%), per il timore di una compromissione della carriera (27,8%), per paura di vedere la propria immagine professionale negativamente riportata dai media (17,8%).
In particolare, il 53% del campione esaminato dichiara di prescrivere farmaci a titolo “difensivo” e, mediamente, queste prescrizioni sono il 13% circa di tutte quelle uscite dal ricettario.
Il dato s’impenna nel caso delle visite specialistiche, dove le prescrizioni ridondanti diventano il 21% del totale effettuato dal singolo medico.
Quasi sullo stesso valore il ricorso a esami di laboratorio come sorta di “autotutela”, prescritti dal 71% dei medici, con una media del 21% su quelli complessivi. La percentuale più alta appartiene agli esami strumentali: è il 75,6% dei medici che vi ricorre per abbondare in sicurezza, e ciò incide con un 22,6% su tutti gli accertamenti di questo tipo.
La cifra si ridimensiona sensibilmente con riferimento ai ricoveri: li usa come scudo il 49,9% degli interpellati, e potrebbe essere evitato l’11% del totale.
Ma questo fenomeno non è a costo zero. «Tenendo conto dell'incidenza sulle risorse dello Stato, può dirsi che la medicina difensiva pesa sulla spesa sanitaria pubblica per 0,75 punti di PIL, ossia per oltre 10 miliardi di euro, importo pari a poco meno di quanto investito in ricerca e sviluppo nel nostro Paese, e quasi pari alla quota dello Stato per l'anno 2012 dell'Imposta Municipale Unificata», si legge nella relazione della Commissione di inchiesta della Camera.
Le conseguenze negative del fenomeno, però, non si esauriscono qui, secondo la Commissione. «La medicina difensiva riduce indubbiamente la qualità dell’assistenza sanitaria. Non solo perché ricerche diagnostiche inutili rappresentano un costo umano evitabile, e perché viene vulnerato il rapporto tra medico e paziente; soprattutto, è il pedissequo attenersi del professionista apprensivo ai protocolli suggeriti e alle linee guida definite che impedisce in molti casi di somministrare con serenità il trattamento adeguato, che sarebbe imposto dall’esercizio dell’arte medica, sacrificando la salute del paziente sull’altare della sicurezza giudiziaria».
Problema di cui sembrano consapevoli i medici stessi, visto che il 77,2% ritiene che le norme che disciplinano la responsabilità professionale si ripercuotono negativamente sulla qualità delle cure e, circa l’83% ritiene influenzino negativamente il rapporto con il paziente.

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