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Riflessioni di un radiologo disilluso

Autori: 
Pubblicato il 11/05/2026

 

Stefano Ciatto è mancato qualche giorno fa in un incidente stradale. Era un radiologo, si occupava prevalentemente di senologia e screening. Janus lo ricorda ripubblicando una sua riflessione sulla medicina difensiva.

 

L’abitudine di ricorrere al tribunale per chiedere i danni relativi a un errore medico ha certamente il suo tempio negli Stati Uniti, come dimostra il premio assicurativo annuale che deve pagare un medico americano medio, che è pari a un paio di mesi di stipendio di un suo collega europeo. Ma la soluzione è facile in un Paese in cui la medicina è praticamente solo privata: i medici alzano le tariffe. E certe pratiche “a rischio” (per esempio mettere una spirale contraccettiva, che può essere motivo di infezioni uterine e di una conseguente causa) addirittura non vengono più praticate.

In Europa le mode americane arrivano in qualche modo filtrate, forse per effetto della saggezza che ci deriva da una storia più lunga, che tende a mitigare gli entusiasmi. Ma comunque arrivano.

Anche da noi le cause medico-legali fioccano e certe specialità sono particolarmente gettonate. Per esempio la senologia, che è il mio campo, ma che appare anche prediletta dagli avvocati.

Le cose, però, cose non sono poi tanto diverse per altre specialità.

Che l’uomo sia infallibile nessuno lo ha mai sostenuto: ne consegue che il medico, che è uomo, non è infallibile, e quindi sbaglia (dire “sbaglia” fa più scandalo che dire “non è infallibile”, ma è solo un sinonimo). È quindi giusto che se sbaglia paghi: a tal scopo ci sono le assicurazioni.

Quando però si verifica che nell’80 per cento delle cause che arrivano al tribunale il medico viene assolto si ha la tentazione di pensare a una certa immotivata litigiosità dei pazienti che ricorrono al giudizio. O forse non lo fanno per amore di giustizia, ma anche per soldi? Può darsi.

Un dettaglio: quando parlo con avvocati lamento il fatto che in Italia è pratica comune che gli avvocati vengano pagati a tempo, indipendentemente che la procedura legale sia vinta o persa.

Mentre negli Usa ci si accorda spesso e l’avvocato prende una parte cospicua dell’indennizzo, se vince, o niente, se perde. Questa seconda opzione, a me pare, dovrebbe scoraggiare gli avvocati a sposare cause perse, e incoraggiarli a fare alla svelta, mentre nella prima opzione, quella italiana, più lunga è la causa e più si guadagna. Non stupisce dunque che si sposino anche cause perse: per l’avvocato non fa alcuna differenza.

Non ho mai capito bene dove sia il trucco perché di solito l’avvocato con cui parlo cambia discorso.

In ogni caso la situazione è quella che è e i medici corrono ai ripari. Per prima cosa si assicurano, anche se i premi sono differenziati a seconda del rischio, che cambia da specialità a specialità, come per l’auto, dove i premi sono più alti nelle province con più incidenti. E come per l’auto si sta attenti. Non è che uno guida a occhi chiusi solo per il fatto di essere assicurato, perché se c’è l’incidente sono comunque grane. Lo stesso per le cause mediche che, in ambito civile, durano anni con il conseguente corteo di scartoffie, relazioni, interrogatori, interminabili udienze (quando non sono rinviate all’ultim’ora) nell’atmosfera deprimente e dolorosa del tribunale. Quindi è meglio stare attenti a guidare. Guidare piano. 

Nnl dubbio, fa un esame

Per i medici questo equivale alla medicina difensiva. 

Ne faccio un esempio: una signora fa una mammografia che rileva alcune calcificazioni. Una cosa piuttosto comune.

Le calcificazioni possono essere un segnale di cancro, ma il più delle volte no.

Quelle della nostra signora sono molto poco sospette, diciamo che c’è un rischio di cancro dell’1 per mille. Ma nel dubbio, e per non aver grane, il radiologo prescrive una biopsia. Le conseguenze sono le seguenti: le biopsie delle calcificazioni, che si fanno con una macchina particolare, aumentano drammaticamente di numero: la lista di attesa per quell’esame diventa di mesi e le donne che hanno un cancro hanno conseguentemente un ritardo diagnostico !le biopsie delle calcificazioni hanno un costo elevato (almeno 500 euro) e i costi per il Servizio sanitario nazionale (o per chi paga in proprio) sono enormi !su 1000 biopsie solo una è positiva e 999 donne subiscono una biopsia (un piccolo intervento, mezz’ora, spesso un ematoma), raramente un’infezione per niente. O, meglio, per quell’unica donna che ha un carcinoma, e che magari poteva essere guarita anche se fosse stata controllata e avesse fatto la biopsia dopo un anno (i tumori con calcificazioni sono molto lenti) !il patologo (quello che interpreta al microscopio il frammento di mammella prelevato dalla biopsia), anche lui è un medico e anche lui, potendo sbagliare, corre ai ripari: nei casi poco chiari, per non saper né leggere ne scrivere, consiglia comunque l’intervento. Questo avviene nel 10% dei casi.

Sulle nostre 1000 donne, dunque, 100 subiscono un intervento chirurgico (paura, costi, cicatrice, etc…) per niente. E mi fermo qui, ma volendo essere pessimista ci può essere anche di peggio. C’è la donna che muore per una complicanza anestesiologica. (Ma per fortuna è rarissimo).

Quindi la medicina difensiva ha moltiplicato le indagini e gli accertamenti, anche quelli che secondo le raccomandazioni delle società scientifiche dovrebbero essere banditi, in quanto inutili. E quindi abbiamo schiere di giovani sotto i quarant’anni che si sottopongo a visite senologiche “preventive”, quando si sa che non servono a niente (sia perché poco efficaci, sia perché a quell’età il cancro è rarissimo) e fanno caterve di ecografie inutili.

Molte donne tra i 50 e i 69 anni, invitate allo screening biennale, fanno una mammografia “intermedia”: non si sa mai. Evidentemente non si sa neanche che uno studio inglese ha dimostrato che in queste donne la mammografia dà gli stessi benefici che sia fatta ogni anno o ogni tre.

Allo stesso modo, anche se è abbastanza chiaro che la risonanza magnetica, eseguita prima di un intervento chirurgico limitato per un piccolo tumore, aumenta fino al doppio le mastectomie senza alcun vantaggio per la donna, viene comunque fatta comunemente. «Non sia mai che poi le faccio un intervento limitato, le viene una recidiva, e lei mi cita perché non le ho fatto la risonanza », pensa e dice il chirurgo.

E in questo modo su cento donne candidate alla chirurgia limitata (con gli ovvii benefici psicologici) invece di dieci destinate ad avere una recidiva negli anni successivi e quindi una mastectomia “differita” (che le guarisce), venti fanno la mastectomia “immediata”. 

Troppi interventi inutili? Ti faccio causa

Ogni volta che si fa un esame, utile o inutile che sia, esiste un certo rischio di “falso positivo”: l’indagine cioè sospetta un cancro che invece non c’è. Ma la verità la sapremo dopo, cioè dopo altri accertamenti e spesso dopo un intervento chirurgico.

Più esami si fanno e più sono i falsi positivi. E lo sanno bene gli avvocati americani: una statistica di qualche anno fa dimostra che le cause in ambito senologico per falso positivo (intervento inutile) sono diventate di più di quelle per falso negativo (cancro non visto, con ritardo di diagnosi). Perché? Perché dimostrare che un medico non ha visto un cancro non è facile, richiede tempo. E poi sono pochi casi. Invece dimostrare che non c’erano gli estremi per operare è molto più facile (proprio grazie alla medicina difensiva si opera quasi per niente): l’indennizzo è molto minore (e anche per questo il giudice è più disponibile a sentenziarlo), ma i casi sono migliaia (sempre grazie alla medicina difensiva) e ci si mette poco tempo. Quindi conviene.

Allora il medico come risponde? Non opera tutte le lesioni, ma le controlla strettamente.

Le rivede dopo 3-6 mesi: intanto le donne pagano un’altra prestazione e poi, se ha sbagliato, il ritardo diagnostico sarà di pochi mesi e sarà difficile sostenere un danno sulla prognosi. Per evitare il rischio di una causa i medici conformano anche regole professionali che vorremmo invece fossero dettate solo dalla scienza. Una classificazione del sospetto radiologico alla mammografia negli Stati Uniti ha coniato una categoria che implica il controllo ravvicinato nel tempo (3-6 mesi) con ripetizione degli esami, per casi di lesione “probabilmente benigna”.

Nella vecchia Europa la classificazione corrispondente non ammette questa categoria, ma la pratica del «ti rivedo a breve» è comunque diffusa. Costa molto di più, la moltiplicazione degli esami allunga le liste di attesa, ma il medico in questo modo si sente più protetto.

La cosa più sconvolgente è che sono le pazienti a preferire l’accanimento diagnostico, senza rendersi conto che il prezzo (ansia, costi, liste di attesa, cicatrici, qualche rara morte) sono loro a pagarlo. 

«Allora devo morire?», si lamenta la donna che vede rimandare di mesi la biopsia delle sue calcificazioni, senza pensare che quell’attesa è figlia di tanti accertamenti inutili, prescritti dal medico per difesa e accettati dalle pazienti perché percepiti come più scrupolosi, quando non lo sono. Ma la cosa più bieca sono quei medici che forniscono perizie insensate, sostenendo colpe che non ci sono, a supporto di cause che poi verranno sistematicamente perse: tanto la perizia è stata comunque pagata. A volte questi campioni di incompetenza e disonestà finiscono addirittura per essere periti del giudice. E allora fanno sentenza e fanno condannare ingiustamente.

Che cosa vogliamo, davvero, difendere?

Soluzioni non ne ho, e francamente penso che non ce ne siano. Se vedete la medicina come un mercato, tutto torna e tutto è lecito. Se invece pensate alla medicina come un’arte nobile, dedicata solo al bene del paziente, facciamo veramente schifo. Mi verrebbe naturale pensare a un medico che si preoccupa del paziente, non soprattutto del suo interesse. Mi verrebbe da pensare a un paziente che stima il suo medico e sa che, se anche ha sbagliato, ha operato in buona fede e nel suo interesse, che non è prontissimo a citarlo per “negligenza, imperizia e omissione”.

Mi verrebbe da pensare a un avvocato che fa vagliare il caso a un perito capace prima di fare causa e che sia pronto a convincere l’assistito che non ci sono estremi per un ricorso, invece di sposare cause perse e soffiare sul fuoco. Mi verrebbe da pensare a una medicina difensiva, sì, ma della salute, prima che del proprio didietro.

Commenti

Inviato da Valentina Vecellio (non verificato) il
Molto interessante. Quanto all'opportunità mammografia sì o no, il BMJ nel 2005 (Barrat A., Howard K., Irwing L., et al. Model of outcomes of screening mammography: information to support informed choices. BMJ 2005) aveva proprio reso l'idea del disastro che ne deriva. Tanto che, il Canton Ticino, dopo aver ampiamente visto e discusso le evidenze disponibili, ha deciso di non organizzare un programma di screening del tumore al seno, pertanto la mammografia di diagnosi precoce non è rimborsata dal servizio di sanità pubblica. Sono rimborsate in Ticino - come in tutta la Svizzera - la mammografia diagnostica in presenza di un sospetto clinico e la mammografia di diagnosi precoce per le donne con un rischio più elevato di contrarre un tumore al seno (predisposizione familiare documentata). La donna si trova così a dover fare una scelta individuale sulla mammografia, ragion per cui il Dipartimento della sanità e della socialità del Canton Ticino con il Forum svizzero di EUROPA DONNA hanno promosso la scrittura e la diffusione di un opuscolo informativo dal titolo “La mammografia: un aiuto per capire e per decidere”. L'opuscolo, scritto da professionisti della salute insieme alle donne, offre in più di venti pagine, semplicemente illustrate con foto di donne, informazioni sull'esame in sé, sulle sue funzioni e sulle possibili alternative. Il tema delle scelte consapevoli è affrontato con una serie di domande e risposte tra cui la spiegazione con numeri e dati sull'impatto della mammografia di screening sulla mortalità. Viene inoltre affrontato il tema dei falsi positivi e dei falsi negativi. L'opuscolo, che dedica una pagina intera ai criteri di qualità dei centri per la diagnosi del tumore al seno in base a sei punti utili di valutazione, porta la firma di dieci centri patrocinatori tra enti ospedalieri, associazioni medico-scientifiche e associazioni di consultori/pazienti ed è scaricabile da internet. Mi piacerebbe conoscere le fonti dei dati da Lei forniti nell'articolo (in particolare, quelli senologici). Concludo, aggiungendo il rischio derivante dall'esposizione alla radiazione ionizzante, di cui poco si parla (anche molti radiologi sono restii a farlo), proprio a causa della medicina difensiva. Valentina Vecellio, comunicatrice medico-scientifica

Inviato da Arnaldo Capozzi (non verificato) il
Carissimo, il problema della medicina difensiva è innanzitutto deontologico. In particolare, il problema non è tra il medico ed paziente (che ovviamente dovrebbe essere meglio informato) o tra medico ed Avvocato bensì soprattutto tra medico chiamato in causa e perito medico-legale firmatario della relazione avversa CTP. Leggendo la tua lettera sono sempre più convinto dell’utilità di diffondere l’art. 3- lettera g del D.Lgs.C.P.S. n. 233 del 13 settembre 1946. In questo decreto del 1946 (!) si legge che, al Consiglio direttivo di ciascun Ordine e Collegio spetta l’attribuzione di: “…interporsi, se richiesto, nelle controversie fra sanitario e sanitario, o fra sanitario e persona o enti… procurando la conciliazione della vertenza e, in caso di non riuscito accordo, dando il suo parere sulle controversie stesse.” Ovvero, l’Ordine professionale stabilisce la data di incontro fra medico chiamato in causa e perito medico-legale su richiesta del primo, si interpone tra essi e delibera nel caso di mancato accordo tra le parti. Il legislatore, con l’art. 3- lettera g del D.Lgs.C.P.S. n. 233 del 13 settembre 1946, ritenne di aver trovato nell’”interposizione” tra medici e nel rispetto del Codice Deontologico (di cui l’Ordine è garante) le giuste modalità per bloccare le controversie nel luogo naturale di appartenenza o quanto meno ridurre il numero di cause che potessero giungere in Tribunale. Agendo direttamente sulle gambe del perito, irrigidendole sul Codice Deontologico, il decreto agisce conseguentemente sul paziente eccessivamente e sospettosamente lamentoso nonché sull’eccesso di richieste da parte dell’avvocato. Cosa rimarrà della contenziosità in medicina se si annulleranno le perizie senza sicure e forti basi scientifiche (deontologicamente opinabili) e se si annulleranno le perizie senza quel grado di competenza richiesto dall’art. 62 del CDM? Il medico uscirà dalla “medicina difensiva” non per motivi idealistici seppur onorevoli, bensì, perché, sapendo di poter essere ascoltato nella sua “casa” potrà far valere, in breve tempo, le proprie ragioni fissate dal Codice Deontologico. L’articolo completo è: “Lotta alla medicina difensiva. Un decreto dimenticato” pubblicato su Quotidiano Sanità. Saluti Arnaldo Capozzi

Inviato da nicola foti (non verificato) il
Parole dense di un'intelligenza profonda, anticonformista, disillusa ma non rassegnata. Altre parole, purtroppo, profetiche. R.I.P. Stefano, e grazie per i tuoi preziosi consigli...rimarranno come pietre nella mia coscienza, di medico e di uomo. N.F.

Inviato da Adriano Ferro (non verificato) il
Siamo purtroppo una società che vuole il rischio zero, appoggiata dall'illusione neopositivista della supertechnologia. Rischio zero o ti faccio un processo.

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