Il figlio nasce Down. La Cassazione dispone il risarcimento

Dieci anni fa, in una città del Nord Italia, nasce un bimbo affetto da sindrome di Down, dopo che l’esame di screening (tri-test) effettuato in gravidanza aveva segnalato un basso rischio che il feto fosse affetto dalla malattia. La madre, quale garante del proprio figlio, chiede un risarcimento milionario al ginecologo curante perché la mancata diagnosi prenatale di sindrome di Down non aveva permesso la non-nascita (aborto) del bimbo stesso.

Nelle settimane scorse, dopo che il processo aveva attraversato i diversi gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha emanato la sentenza definitiva (16754 del 2/10/2012) riconoscendo la possibilità di risarcimento direttamente all’individuo nato affetto da una malformazione o da una sindrome genetica, per il fatto stesso di essere nato (in giurisprudenza internazionale wrongful life).

La Società italiana di ecografia ostetrico-ginecologica (Sieog) è profondamente stupita ed estremamente preoccupata per la sentenza. La Corte di Cassazione, accettando la tesi della donna, ha praticamente ammesso la tesi secondo la quale se vi è una disabilità del feto diagnosticata in utero, lo stesso deve essere sottoposto a interruzione di gravidanza. Ciò contraddice elementi sostanziali della legge 194 in forza di interpretazioni soggettive di norme costituzionali, solleva profondi problemi etici e determina importanti ricadute sulla pratica medica. La legge 194 non consente l’eliminazione tramite procedure abortive di feti malformati o portatori di handicap, ma solo di considerare il grave rischio psichico che la loro nascita può comportare per la donna. La legge italiana non è una legge eugenetica, come questa sentenza farebbe considerare.

La sentenza potrebbe avere effetti inoltre effetti disastrosi in termine di salute pubblica. Porterà a un aumento indiscriminato di procedure invasive (amniocentesi e villocentesi) con il conseguente aumento dei costi sia in termini economici, sia in termini di perdite fetali. Infatti, circa ogni duecento amniocentesi o villocentesi si causa la perdita di un feto sano. L’aumento della diagnosi invasiva è inoltre contrario a quanto da un paio di decenni sta accadendo in tutto il mondo. Infatti, la diffusione globale dei test di screening per la sindrome di Down (bi-test e tri-test, basati misure ecografiche e un prelievo di sangue) ha permesso in tutto il mondo di incrementare il numero di feti affetti dalla malattia riconosciuti nel primo trimestre di gravidanza nelle donne di tutte le età, permettendo di scegliere di non eseguire l’amniocentesi quando il rischio stimato dal test risulta molto basso. Questi test di screening forniscono un’indicazione molto precisa della probabilità più o meno alta, ma non la certezza, che il feto sia affetto. E la donna e la coppia decidono, sulla base di questa informazione, se optare per la diagnosi invasiva (amniocentesi).

Infine, la sentenza solleva un problema etico molto rilevante. Riconoscere il diritto a non nascere e risarcire un individuo affetto da un handicap per il fatto di essere nato significa considerare la disabilità in sé come una condizione che non merita di esistere. Un caso quasi analogo (noto come caso Perruche) che si verificò in Francia nel 2002 portò allo sciopero a oltranza di tutti i ginecologi che effettuavano ecografie ostetriche e suscitò forti rimostranze di tutte le Associazioni che si occupavano a vario titolo di soggetti disabili fino alla promulgazione di una legge che limitasse il riconoscimento di un tale presunto “diritto” che può portare ad estreme derive ideologiche. È triste considerare che un precedente di tale rilevanza non sia stato assolutamente considerato nel promulgare la sentenza. Ed è estremamente preoccupante prevedere quale potrebbe essere l’impatto dirompente di una tale sentenza nell’applicazione della legge 194, considerando che è previsto – e sarebbe anche a questo punto moralmente giustificabile - per i Ginecologi optare per l’obiezione di coscienza. Ci si auspica pertanto che il Governo ed i Legislatore intervengano quanto prima per fare chiarezza una volta per tutte su di una materia molto complessa sulla quale la Corte di Legittimità da almeno un decennio produce sentenze che hanno indotto dubbi e preoccupazioni negli addetti ai lavori di un settore della medicina molto prezioso e utile per la l’intera popolazione femminile e non solo. 

Dario Paladini è presidente Sieog

Commenti

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L'incompletezza delle notizie fornite nel testo non permette una serena valutazione della sentenza. Mentre non convince il concetto di wrongful life, non c'è alcun dubbio che la donna gravida abbia diritto a tutte le informazioni che le permettano una scelta consapevole. Sembra dunque citato a sproposito il diritto all'obiezione di coscienza che NON può in alcun modo riguardare l'informazione anche quando (come ormai è sempre più frequente in ambito medico) essa si esprime in termini probabilistici.

Il presupposto di una così' stravagante sentenza e' l'omesso accertamento citogenetico da parte del ginecologo nonostante la richiesta della gestante di volere soltanto ed esclusivamente un bimbo sano e di non volere quindi portare avanti una gravidanza in caso di malformazioni. Ora tutte le elucubrazioni farneticanti che ne derivano non ci interessano. Il problema e': questa madre ha veramente espresso questa volontà' al ginecologo? Lei dice di si. Il medico dice di no. Chi dice la verità'? Il giudice non ha dubbi: il medico mente e quindi va punito. Questo e' il vero nocciolo del problema! Personalmente non credo che un ginecologo di fronte ad una richiesta esplicita di non volere accettare neppure un rischio contenuto di avere un bimbo malformato, si rifiuti di approfondire con indagini più' invasive. È c'è' di più', se un medico sottopone una gravida cosiddetta a basso rischio, ad accertamenti invasivi che finiscono per causare la morte fetale.....di chi è' la responsabilità'. In questo caso la madre potrebbe incolpare il medico per accanimento diagnostico! Leggendo la sentenza si nota un certo astio da parte dei giudici nei confronti del medico che ha avuto solo torti. Questa e' una sentenza mostruosa perché' fondata su ipotetiche e poco verosimili premesse.

I sigg.ri dell'alta corte hanno basato le loro stravaganti argomentazioni su un presupposto che è' tutto da dimostrare: cioè' sulla precisa richiesta materna di subordinare il proseguimento della gravidanza unicamente alla certezza di partorire un figlio sano! I giudici hanno creduto alla donna e non al ginecologo. I sigg.ri giudici probabilmente sono stati spinti unicamente dalla voglia di "legiferare". Infatti si danno la zappa sui piedi quando parlano di automatico diritto della donna all'aborto contrariamente da quanto previsto dalla legge 194 che subordina l'aborto non alle malformazioni ma alla grave compromissione della salute materna. Questa sentenza e' un obbrobrio innanzitutto perché' fondata su una falsa premessa e poi per le gratuite, stravaganti ed estreme argomentazioni.

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