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La nuova sfida del neurodiritto

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Pubblicato il 09/02/2026

All’inizio del 2011, il nuovo Libro Bianco pubblicato dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston ha annunciato l’inizio della cosiddetta “terza rivoluzione”. Il documento si riferisce a una nuova era in cui le scienze della vita, la fisica, e l’ingegneria biomedica convergono tra di loro e si intersecano con lo sviluppo della società, che prende forma anche grazie alle novità introdotte nei campi della scienza e della tecnologia.

La ricerca di un dibattito interdisciplinare è a questo punto la chiave per lo sviluppo di un ambiente regolamentare flessibile e informato, che possa interagire con questa rivoluzione. Il diritto rientra a pieno titolo come parte attiva di questo dialogo.

Quella tra scienza e diritto è una relazione di vecchia data.

Si pensi, ad esempio, al caso dell’introduzione della perizia tecnica nei processi civili e penali: il contributo scientifico è sempre stato considerato fondamentale per integrare la conoscenza di giudici e giurie e per poter decidere il caso concreto. Il rapido sviluppo delle neuroscienze e della genetica comportamentale, tuttavia, sta recentemente sollevando un nuovo e acceso dibattito all’interno della comunità giuridica. 

Le applicazioni di uno studio del cervello umano senza precedenti, reso possibile da un esponenziale miglioramento tecnologico, stanno toccando gli ambiti più disparati.

Il dibattito che ne è scaturito a livello internazionale ha assunto svariate sfumature e definizioni: neurodiritto per indicare più strettamente lo studio dell’impatto delle neuroscienze nei processi, neuro-etica per quanto riguarda l’ambito etico-filosofico e la definizione di concetti quali responsabilità o moralità, neuro-economia riferendosi allo studio di come le persone compiono scelte e valutano i rischi, e così via.

Ancora prima che il prefisso “neuro” venisse aggiunto ai diversi settori di conoscenza, tuttavia, quello tra esperti della mente e giuristi era già un rapporto controverso, fondamentalmente a causa dei diversi approcci e metodi di analisi delle due discipline. In ambito penale, ad esempio, gli scienziati hanno teso ad approfondire le mille sfaccettature della realtà e degli elementi che portano una persona ad assumere determinati comportamenti criminali, ragionando in continuum e con approccio probabilistico.

Diversamente, la tendenza del diritto è stata quella di tracciare una linea di separazione tra gli ambiti di responsabilità e tra i concetti di normalità e vizio di mente. Un rinnovato dialogo, tuttavia, è ora in corso tra le due discipline. 

È storia recente quella che ha visto due giudici italiani, in due diversi casi di omicidio, accogliere le conclusioni delle perizie della difesa basate non solo su indagini psichiatriche, ma anche neuroscientifiche e di genetica comportamentale. 

Nel primo caso, del 2009, il cittadino algerino Abdelmalek Bayout, affetto da schizofrenia, aveva ucciso un uomo a coltellate. La pena era già stata ridotta in primo grado per vizio parziale di mente ma, in appello, il giudice ha accordato la riduzione di un ulteriore anno di carcere, riconoscendo il massimo delle circostanze attenuanti soggettive. Gli esperti della difesa, infatti, hanno presentato i risultati di un test di genetica comportamentale da cui emergeva la presenza, nel Dna dell’imputato, di una particolare variante genetica (MAO-A). Secondo alcuni studi pubblicati a partire dal 2002 su importanti riviste scientifiche, questa variante causerebbe una spiccata propensione ad assumere comportamenti violenti in chi ha subito abusi in giovane età, come nel caso dell’imputato Bayout. 

In un successivo caso davanti al Tribunale di Como, il giudice per le indagini preliminari ha riconosciuto il vizio parziale di mente a una giovane donna imputata di omicidio, riducendo la pena da trenta a venti anni di carcere. Come accaduto in precedenza, i periti della difesa hanno richiamato la presenza della variante MAO-A nel patrimonio genetico dell’imputata. 

Neuroscienze e genetica comportamentale dovrebbero quindi essere le benvenute nei moderni processi, al fine di consentire un migliore e oggettivo riscontro di quanto indicato dalla semplice osservazione del comportamento della persona.

Che fine ha fatto la colpa?

In realtà, vi sono ancora molti dubbi sul fatto che simili tecniche, frutto di una scienza nuova e ancora in via di sviluppo, possano già essere utilizzate con affidabilità nei procedimenti penali.

Nell’ambiente americano, dove le neuroscienze stanno avendo un notevole impatto nella pratica giuridica, alcuni studiosi hanno azzardato l’ipotesi di un ripensamento degli attuali concetti di responsabilità e colpevolezza, perché la scienza rivelerà presto come il comportamento umano sia per lo più frutto di una determinazione biologica e non di libere scelte personali. Questo potrebbe portare all’abbandono della concezione retributiva della pena. In altre parole, l’idea che chi commette un reato “meriti” di essere punito lascerebbe spazio a una concezione della pena più orientata verso la riabilitazione del reo e la deterrenza di futuri crimini.

Una diversa parte della dottrina, invece, ritiene che il miglioramento degli studi sul cervello umano non porterà alcuna rivoluzione, poiché il diritto si fonda su un concetto di generale razionalità umana e di libero arbitrio, punendo chi non segue i dettami della legge. Secondo questo approccio, le neuroscienze potranno aiutare nell’accertamento della malattia mentale, ma una visione puramente deterministica dell’uomo non sarebbe concretamente possibile. 

Qualunque prospettiva si assuma, è innegabile che l’introduzione di nuove tecnologie nei processi sollevi anche questioni attinenti alla protezione dei diritti fondamentali dell’imputato. In un recente caso, un giudice indiano ha disposto che Aditi Sharma, una ragazza accusata di avere avvelenato il fidanzato, fosse sottoposta a una nuova tecnica neuroscientifica di lie detection, chiamata Beos (Brain Electrical Oscillations Signature).

Gli investigatori hanno applicato trentadue elettrodi direttamente sul cranio di Aditi. Hanno poi letto a voce alta la versione dei fatti, così come sostenuta dall’accusa, e come se fosse raccontata in prima persona dall’imputata (tra le frasi rilevanti, ad esempio, «ho comprato dell’arsenico »). Sono state lette anche affermazioni corrispondenti a verità certa, come il colore di un vestito o del cielo, allo scopo di comparare la risposta cerebrale a fatti sicuramente veri con altri da accertare nel processo.

L’accusa ha poi sostenuto che i risultati del test, basati sulla registrazione di onde cerebrali, mostrassero che l’imputata avesse memoria del crimine. La reazione cerebrale alla lettura degli elementi riguardanti il reato era infatti simile a quella di elementi certi e quindi la ragazza non poteva essere considerata estranea ai fatti criminosi. 

Il processo si è concluso con una condanna per omicidio.

Addio risarcimenti facili

Non solo in ambito penale, ma anche civile, le neuroscienze promettono novità. Gli scienziati stanno infatti potenziando nuove tecniche di neuro-immagine funzionale, che analizzano la relazione tra determinate aree cerebrali e le specifiche funzioni che queste possono assumere. Il metodo attualmente più studiato è la risonanza magnetica funzionale, spesso indicata con l’acronimo fMRI (vedi anche l’articolo di Pietro Greco a pagina 8). Grazie a essa, è possibile visualizzare la risposta emodinamica, cioè il cambiamento nel contenuto di ossigeno del cervello, correlata all’attività neuronale di un soggetto. In ambito clinico-chirurgico, la tecnica ha già importanti applicazioni.

Ma il suo sviluppo potrebbe anche avere una certa rilevanza nel campo giuridico.

Recentemente, infatti, i risultati di fMRI sono stati presentati ad alcune corti americane, non solo con la finalità di mostrare anomalie cerebrali, ma anche in processi civili, per dimostrare l’attivazione di aree del cervello correlate alla percezione del dolore cronico.

L’accertamento del dolore è da sempre rimesso alla testimonianza del soggetto che sostiene di percepirlo e i medici hanno costruito scale di valutazione sulla base di quanto meramente riportato dal paziente. Nell’ambito di un processo civile per il risarcimento del danno (in seguito ad esempio a incidenti stradali o infortuni sul lavoro) si è sempre pensato che la parte attrice, in mancanza di metodi affidabili di accertamento, potesse liberamente mentire o esagerare sulla presenza del dolore. Nel 2010, tuttavia, il ricercatore californiano Robert England ha ottenuto un brevetto relativo proprio all’utilizzo della fMRI per rilevare individualmente la presenza e l’intensità di dolore cronico.

Allo stesso modo, la tecnica potrebbe essere utilizzata per verificare la presenza del disturbo post traumatico da stress, che a lungo termine pare lasciare tracce rilevanti nel cervello di chi ne soffre. Ciò avrebbe un riflesso importante, ad esempio, nella determinazione del danno e del risarcimento per i veterani di guerra e anche nell’accertamento dell’avvenimento di un fatto criminoso, come un abuso sessuale, che abbia provocato uno shock nel soggetto.

Imparare dal cervello

Che si tratti di processi civili o penali, quindi, lo studio del cervello umano ha un impatto innegabilmente rilevante. Al fine di facilitare il dialogo tra scienziati e giuristi, sono state create varie associazioni e iniziative a livello internazionale.

Recentemente l’Università di Pavia ha lanciato la European Association for Neuroscience and Law, alla quale partecipano neuroscienziati, avvocati e giudici da tutta Europa, in collaborazione con studiosi americani e canadesi.

La comprensione del comportamento umano affascina da sempre gli studiosi di ogni disciplina e l’incredibile sviluppo tecnologico degli ultimi anni ci sta consentendo di ottenere sempre più elementi utili a questo scopo. Il diritto, da sempre rigido nel suo approccio alla regolazione del comportamento dei soggetti, sta prendendo atto della rivoluzione in corso e grazie a questa è ora parte attiva in un nuovo dialogo con la scienza.

Commenti

Inviato da Albano (non verificato) il
Salve,sono affascinato dalla scienza,ovvero dall aiuto che essa può dare alla famiglia umana,sono teologo,dr.inscienze politiche e laureando in giurisiprudenza,mi piacerebbe molto saperne di più,posso essere informato di vs,pubblicazioni,o a altre possibilità informative e formative relative alla tematica neuroscienze e diritto,grazie.Cordiali saluti.

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