Se la sicurezza ferma la scienza

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Pubblicare o non pubblicare? È questo il dilemma in cui si stanno dibattendo in questi giorni i direttori di Nature e Science Philip Campbel e Bruce Alberts alla prese con la valutazione non soltanto del valore scientifico, ma anche degli aspetti etici e dei rischi sociali, di una ricerca sottoposta alle riviste per la pubblicazione. 

Nello studio, ricercatori olandesi e americani illustrano in che modo hanno realizzato in laboratorio un ceppo di virus A/H5N1 (quello dell’influenza aviaria) molto più contagioso di quelli finora conosciuti e potenzialmente in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Il killer perfetto, in sostanza, che possiede allo stesso tempo la capacità di uccidere fino a 6 persone su 10 tra quelle infettate (questi sono i numeri dell’epidemia di H5N1 registrata nel 2003) con la facilità di contagio tipica dei normali virus stagionali.

Le autorità americane sono in stato di allerta, tanto da ingiungere a Campbel e Alberts, la richiesta di non pubblicare i dettagli degli esperimenti. Il timore è che l’algoritmo per produrre il virus letale possa finire nelle mani sbagliate. In particolare, secondo il National Science Advisory Board for Biosecurity, qualunque sia la rivista che pubblicherà il lavoro scientifico dovrebbe omettere “i dettagli sperimentali e i dati sulle mutazioni che possano rendere possibile la ripetizione dell’esperimento”.

Sarebbe a dire, abdicare a quello che è uno dei loro compiti primari: esporre il lavoro scientifico al giudizio della comunità dei pari. 

È una scelta che le autorità non possono imporre, ma Bruce Alberts si è detto possibilista. A patto che il governo provveda all’allestimento di un sistema che renda disponibili queste informazioni sensibili a qualunque scienziato sia legittimato ad accedervi. 

Intanto la bagarre è scoppiata. Da una parte quanti sostengono che gli studi, entrambi finanziati dai National Institutes of Health americani, non sarebbero dovuti essere condotti, dall’altra i puristi del metodo scientifico, che più che rivendicare il diritto della scienza di fronte alla politica, sottolineano l’utilità di diffondere queste conoscenze. «Più i nostri scienziati conoscono di un dato problema, meglio sono preparati ad affrontarlo», ha dichiarato al New York Times David R. Franz, già a capo dell’Army defensive biological lab di Fort Detrick (uno dei comandi medici dell’esercito americano) e tra i membri del board che ha analizzato la vicenda.

Proprio a questo scopo erano stati infatti finanziati gli studi: l’obiettivo era comprendere in laboratorio quali sono i passaggi necessari perché il virus A/H5N1 sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Conoscere questi dati, infatti, renderebbe possibile attivare sistemi di allerta precoci qualora le mutazioni fossero riscontrate nei virus normalmente circolanti. E prevenire sul nascere, o comunque mitigare, gli effetti di una pandemia che potrebbe essere disastrosa.

Ora, a quanto pare, questi passaggi sono noti. Negli esperimenti condotti sul furetto, un modello animale molto affidabile per quanto concerne la trasmissione delle infezioni, sono bastate 5 mutazioni perché il virus fosse in grado di passare da un esemplare all’altro. I ricercatori, cercati dalla stampa internazionale, oggi hanno le bocche cucite. Ma nei mesi scorsi hanno già presentato i risultati della ricerca in diversi incontri scientifici. Anche se hanno sottaciuto i dettagli. 

Quegli stessi dettagli che il board federale, istituito nel 2004 a seguito degli attacchi bioterroristici con antrace che hanno fatto una ventina di vittime in Usa, vorrebbe continuare a far passare sotto silenzio.

Ai due direttori, adesso, la difficile scelta.

 

Leggi il commento di Giuseppe Remuzzi sul Corriere della Sera

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