Processo ai geologi

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Il 7 dicembre a L’Aquila si è tenuta la nona e ultima udienza del 2011 del processo alla commissione Grandi rischi. L’accusa con cui i vertici della sismologia italiana (e da gennaio anche Guido Bertolaso, allora capo della Protezione civile) sono stati rinviati a giudizio non è roba da poco: omicidio colposo plurimo per aver fornito «incomplete, imprecise e contraddittorie informazioni» al pubblico (cioè ai giornalisti) una settimana prima della scossa che alle 3:32 del mattino del 6 aprile 2009 ha provocato 309 morti e oltre 60 mila senzatetto.

Il processo è diventato un caso internazionale perché sembra opporre due logiche: quella della scienza che, soprattutto in sismologia, può pensare al massimo di ridurre un po’ l’incertezza, ma non di dare delle certezze, e quella del diritto, incarnata dal pubblico ministero, Fabio Picuti, convinto che, sebbene i membri del comitato non fossero in condizione di prevedere il terremoto, hanno comunque tradotto la loro incertezza scientifica in un messaggio eccessivamente ottimista.

L’esplosione del caso a livello internazionale è in due tempi: nell’estate del 2010, dopo la decisione del tribunale sul rinvio a giudizio. Lo scrive il giornalista italiano Nicola Nosengo che un anno dopo (1 giugno 2011) raccontava sul settimanale scientifico britannico Nature: «L'accusa si è concentrata su una dichiarazione rilasciata in conferenza stampa (poco prima del sisma, ndr) dal membro della commissione Bernardo De Bernardinis, che allora era vice-capo tecnico dell’agenzia per la Protezione civile in Italia. “La comunità scientifica mi dice che non c'è pericolo - aveva affermato durante la conferenza stampa - perché c'è uno scarico continuo di energia. La situazione sembra favorevole”. La dichiarazione  non appare nel verbale della riunione del comitato e i sismologi si difendono dicendo che non possono essere accusati (per questa dichiarazione, ndr). Ma l’avvocato di De Bernardinis insiste che il suo cliente aveva semplicemente riassunto quello che gli scienziati gli avevano detto. Il procuratore sostiene che  poiché nessuno dei membri della commissione ha immediatamente corretto De Bernardinis, sono tutti ugualmente colpevoli».

Sotto l'occhio dei media

Il 15 settembre del 2011Nature ritorna sul caso con un articolo molto approfondito dal titolo «Scienziati sotto processo: colpevoli?» (ma il termine usato “at fault” può anche significare “in errore”). Nel frattempo, 5.000 scienziati di tutto il mondo  scrivono una lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per  affermare che «le accuse contro gli scienziati sono completa mente infondate. Anni di ricerca in tutto il mondo hanno dimostrato che non esiste attualmente alcun metodo scientificamente accettato per la previsione a breve termine dei terremoti che possa definirsi affidabile e che possa essere utilizzato dalle autorità della Protezione civile per azioni di emergenza rapida ed efficace».

Quale responsabilità per gli scienziati?

Anche l’American Geophysical Union e l’Associazione americana per l’avanzamento della scienza (Aaas), hanno rilasciato dichiarazioni di protesta.

Da parte sua, l’articolo di Nature del 15 settembre 2011, cita il PM del processo: «Io non sono pazzo», dice Fabio Picuti. «So che non è possibile prevedere i terremoti. L’accusa non si basa sul non aver previsto il sisma. Ma come funzionari dello Stato avevano certi doveri imposti dalla legge… per valutare e caratterizzare i rischi che erano presenti in L'Aquila». Parte di questa valutazione del rischio, dice, avrebbe dovuto includere la densità della popolazione urbana e la fragilità nota di molti  edifici antichi nel centro della città. 

«Sono obbligati a valutare il grado di rischio dato da tutti questi fattori», dice, «e non l’hanno fatto». Sul processo, poi, aleggia il fantasma (che potrebbe diventare un teste, secondo le parole del pm) di Gioacchino Giuliani, un tecnico di laboratorio dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) convinto di essere in grado di predire i terremoti sulla base delle emissioni di radon dal suolo. E che aveva previsto dieci giorni prima del sisma dell’Aquila un terremoto a Sulmona (che non si è verificato) e per cui è stato denunciato per procurato allarme.

Le udienze hanno inoltre messo in luce che dietro le diverse opinioni ci sono anche schieramenti politici e risentimenti personali, spesso trasversali rispetto agli schieramenti.

Ma sui social network si scatena il dibattito tra i comunicatori della scienza. Quasi tutti sono d’accordo sul ritenere inopportuno il rinvio a giudizio dei sismologi, ma si dividono sulla responsabilità della commissione Grandi rischi sulla comunicazione del rischio. 

C’è chi pensa che in ogni caso il messaggio rivolto ai giornalisti in quella famosa conferenza stampa sia stato troppo rassicurante, mentre si doveva porre l’accento sull’incertezza che sempre aleggia su qualsiasi previsione relativa ai terremoti. E lasciare che i cittadini decidessero per conto loro se restare a casa, andarsene o dormire in auto (come molti avevano fatto in quelle notti di sciame sismico). Un’informazione paternalistica finisce per lasciare i cittadini inermi. Altri – tra cui, se ha qualche importanza, il sottoscritto che di mestiere fa il comunicatore istituzionale – ritengono che nella realtà dei mezzi di comunicazione (soprattutto locale) e degli amministratori (locali o no) la domanda a cui gli scienziati debbono rispondere è secca: dobbiamo evacuare o no? Non è data un’opzione “forse” in cui ognuno fa da sé. Le scuole e gli ospedali si chiudono o non si chiudono.

Le questioni aperte

Le dichiarazioni della commissione di allora erano basata sullo scenario più probabile: quello che lo sciame sismico disperdesse l’energia evitando (o limitando) scosse potenti. Probabile ma, purtroppo, non certo. È evidente che i problemi posti dal processo de l’Aquila impongono una riflessione in più direzioni.

Primo: quel è la comunicazione corretta in caso di rischio sismologico in una zona come l’Abruzzo che da un lato è la più sismica d’Italia (come dicono le carte pubbliche sulla sismicità in Italia realizzate da quelli oggi a processo e note da 12 anni) e dove, d’altro canto, la maggioranza degli edifici non è protetta da strutture antisismiche? E quali sono i messaggi più efficaci? Un avvocato e un medico che hanno perso entrambi la famiglia, lamentano di essere stati tranquillizzati da quella conferenza stampa e di essere rientrati in casa dopo un periodo di notti passate in luoghi più sicuri («Quella notte, tutti gli anziani a L'Aquila, dopo il primo shock, sono usciti di casa e sono rimasti fuori per il resto della notte, quelli di noi che sono abituati a usare Internet, la televisione, la scienza come fonte di informazioni sono rimasti dentro»).

Secondo: Come deve evolvere la capacità della comunità scientifica italiana di  comunicare in modo efficace in situazioni di rischio, tenendo conto dei limiti che gli amministratori pubblici hanno nel comprendere la complessità della informazione scientifica e l’arretratezza di un’opinione pubblica poco avvezza alla prevenzione ma prontissima a cercare capri espiatori?

Giornalisti e amministratori, come detto, non percepiscono l’incertezza come un’informazione utilizzabile e la riducono riducono subito a una certezza, ottimistica o pessimistica, ma a una certezza. 

Terzo: è possibile un’informazione contemporanea alla popolazione e agli  amministratori improntata all’incertezza con il presupposto che le singole persone facciano poi quel che vogliono (vanno via, oppure restano) e gli amministratori decidano se chiudere o no i servizi pubblici?

E come si gestisce il dipendente pubblico che si regola sulla base di un’incertezza comunicata dagli scienziati in modo diverso dall’amministrazione (un insegnante che non va a scuola, un medico che non va all’ospedale).

Quarto: quale può essere il ruolo della magistratura quando c’è di mezzo la scienza (pensiamo ad esempio al caso Di Bella e ai pretori che imponevano al Ssn il pagamento delle cure proposte dal medico)?

Commenti

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Ottimo articolo. Solo cambierei il titolo che ritengo offensivo per la mia categoria, visto che nella commissione grandi rischi accusata per il terremoto de L'Aquila non è presente neanche un geologo! Sono fisici e ingegneri.

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