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Il dialogo impossibile sulla sperimentazione animale

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Pubblicato il 14/09/2025

La polemica è di lungo corso. Ed è difficile aggiungere qualcosa di nuovo e risolutivo. Ma, per una volta, il dibattito sulla sperimentazione animale ha un elemento di concretezza il più delle volte inedito. 

Nelle scorse settimane, l'amministratore delegato della casa farmaceutica Grunenthal, Harald Stock, ha detto che la sua azienda è «molto dispiaciuta» per il silenzio mantenuto sulla vicenda della talidomide, il farmaco che tra gli anni cinquanta e sessanta, assunto da donne in gravidanza, si rese responsabile di gravi malformazione ai danni di diverse migliaia di neonati.

Ne ha approfittato nei giorni scorsi il senatore Carlo Giovanardi per ricordare che «la talidomide, purtroppo, non era mai stata sperimentata su animali in stato di gravidanza prima che venisse approvato il suo impiego nelle donne incinta», ha scritto sul suo sito. «Solo successivamente la somminstrazione di talidomide venne sperimentata su cavie animali, dimostrando che, in alcune specie, provocava malformazioni degli arti.Furono insomma le donne incinta a fare da cavia: se la sperimentazione fosse stata fatta sugli animali si sarebbero evitate drammatiche conseguenze per migliaia di persone», ha aggiunto ricordando che quello della talidomide «è un terribile esempio da tenere ben in in mente nel momento in cui alcune associazioni hanno lanciato una campagna per abrogare l'obbligo della sperimentazione scientifica sugli animali prima di mettere in commercio i farmaci».

La dichiarazione non è piaciuta alla Lega antivivisezione (Lav) che non non le ha mandato a dire a Giovanardi.

«Tali frasi sono assolutamente prive di fondamento ed è paradossale come un esponente politico rilasci citazioni così palesemente soggettive e tendenziose», gli ha risposto Michela Kuan, responsabile Vivisezione della Lav. E ancora: «Giovanardi sfrutta le dovute implicazioni etiche legate a questa tragica pagina di storia dei diritti umani per giustificare inesistenti e deboli argomentazioni a favore della vivisezione, diffondendo un’informazione scorretta e difendendo la sperimentazione preclinica che già miete milioni di vittime animali e umane».

In più, afferma Kuan, «i test eseguiti dai ricercatori cercavano negli animali la prova di ciò che già era noto nell’uomo, ma nessuna delle specie trattate il laboratorio con il talidomide produsse feti focomelici. Un massacro di moltissimi animali che non servì a nulla».

Nel dibattito si inserisce ora il direttore dell'istituto Mario Negri di Milano, Silvio Garattini che, senza prendere posizione sulla sperimentazione animale, riporta almeno il dibattito nei paletti delle evidenze scientifiche. «Prima di accusare il senatore Giovanardi di falsità - ha affermato Garattini - la dottoressa Kuan - dovrebbe leggersi la letteratura scientifica. Con dosi appropriate e a tempi appropriati durante il processo della gravidanza, la talidomide ha indotto malformazioni nella scimmia (macaca fascicularis), nel coniglio, negli embrioni di pollo, nel ratto ma solo per via endovenosa, nel topo e nel marmoset. Il ratto è l’animale meno sensibile alla talidomide anche se si osservano malformazioni solo a livello dello sterno. Purtroppo questi sono risultati ottenuti in tempi successivi alla tragedia della talidomide perché all’epoca non era richiesto che i nuovi farmaci fossero studiati sulla riproduzione animale mentre oggi è obbligatorio», ha concluso il farmacologo che ha fornito inoltre un’ampia bibliografia in materia.

Eccola: 

  • Hendrickx A G. The Sensitive Period and Malformation Syndrome Produced by Thalidomide in the Crab-Eating Monkey (Macaca fascicularis). J. med. Prim. 2: 267-276 (1973) 
  • Pasquet J. Le lapin fauve de Bourgogne en tératologie. Biol. Med. (Paris) 3/2(1974)
  • Yang T J, Yang T S, Liang H M. Thalidomide and congenital abnormalities. The Lancet 1: 552-553(1963)
  • Schumacher H, Blake D A, Gurian J M, Gillette J R. A comparison of the teratogenic activity of thalidomide in rabbits and rats. The Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics 160: 1, 189-200(1968) 
  • Giroud A, Tuchmann-Duplessis H, Mercier-Parot L. Production de malformations congénitales chez la Souris après administration de faibles doses de thalidomide. Compt. Rend. Hebdom. Seances Acad. SCI 255:1646-48(1962)
  • Hamilton W J, Poswillo D E. Limb reduction anomalies induced in the marmoset by thalidomide. J. Anatomy 111: 505-506(1972) 
  • Klein Obbink H J, Dalderup L M. Effects of Thalidomide in the Rat Foetus. Experientia XIX/12: 645-646(1963)

 

Per saperne di più

Lav, Caso Talidomide, da Giovanardi affermazioni assurde

Carlo Giovanardi, Talidomide e sperimentazione animale

Commenti

Inviato da Giorgio Dobrilla (non verificato) il

È un tema scottante

Credo convenga tentare qualche riflessione in tema di sperimentazione sugli animali. Pregiudiziale che condivido è che non si dovrebbe arrecare coscientemente sofferenza ad alcun essere vivente “se non è strettamente necessario”. 

Ma è proprio sullo “strettamente necessario” che nascono aspre divergenze di opinione. Per alcuni “strettamente necessario” non esiste: gli animali non vanno toccati e basta, e la ricerca scientifica si deve avvalere di metodi alternativi equivalenti (che per altro non sempre esistono). Posizione questa che richiama il veganesimo, per cui gli animali e persino i loro prodotti (latte, latticini, uova) non vanno utilizzati nemmeno a scopo alimentare. 

Per altri, “strettamente necessario” significa che gli animali possono essere usati se ciò serve a trovare rimedi alle malattie incurabili dell’uomo. Altri ancora ammettono la sperimentazione animale solo se non può essere sostituita (ma chi decide?) da altra procedura e, in ogni modo, minimizzando le sofferenze degli animali (i controlli ad hoc ci sono, ma anche gli abusi). Quando la sperimentazione risultasse finalizzata a obiettivi aleatori o rispondenti solo alla vanità dei ricercatori (e per ricerche cliniche del passato gli esempi non mancano!), essa anche per chi scrive andrebbe bandita. 

Tuttavia, il vietarla tout court è inaccettabile per la maggior parte dei ricercatori che non aspirano certo a somigliare agli aguzzini dei lager nazisti. La portata della sperimentazione animale si evince chiaramente dall’esempio del Hiv-Aids, uno tra i tanti. In una recente rassegna su “Scienzainrete” M. Fornasier ricorda che «nel 2010 l’HIV ha colpito 34 milioni di persone, che ci sono stati 1,8 milioni di decessi per patologie correlabili all’AIDS e che si sono registrati 2,7 milioni di nuove infezioni, di cui circa 30 mila in bambini». 

In mancanza di terapie anti-Hiv il passaggio dalla infezione virale asintomatica all’Aids clinicamente conclamata si registra nell’arco di 9-10 anni, con un successivo tasso medio di sopravvivenza di appena 9,2 mesi. Grazie alla terapia resa possibile dalla sperimentazione animale, già a partire dal 1995 si sono avuti 2,5 milioni di morti in meno, di cui 700 mila nel solo 2010. Per scoprire trattamenti anti-Hiv ancora più efficaci, è stata attuata una sperimentazione sui macachi (scimmie) infettati dal virus SIV, simile a quello HIV che causa l’AIDS nell’uomo. Si è così messo a punto un vaccino attivo nei macachi contro ceppi virulenti dell’Hiv umano (HIV-2). Questi gli inoppugnabili dati scientifici oggettivi, ma a nessuno è naturalmente vietato di ritenere non etico “tormentare” delle scimmie per salvare l’uomo dall’Aids. I tre morti al giorno sul lavoro non dovrebbero però scatenare un’ indignazione almeno altrettanto consistente?

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