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Se trasparenza non fa rima con prudenza

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Pubblicato il 16/03/2026

La libertà dei ricercatori, la loro autonomia dalle autorità civili o religiose e la loro possibilità di scambiarsi liberamente informazioni sono elementi imprescindibili della scienza moderna. 

L’accessibilità dei dati da parte di tutta la comunità scientifica consente infatti da un lato di verificarne l’attendibilità e la riproducibilità, dall’altro di utilizzarli per avanzare ulteriormente nel percorso della conoscenza, a vantaggio di tutti. Tuttavia, come la mitologia e la storia dell’uomo insegnano, fin dai tempi della conquista del fuoco la conoscenza stessa è anche fonte di potere. Per lo più oggi si tratta di un potere di natura economica, da difendere a colpi di brevetti, ma qualche volta, invece di rappresentare un’occasione di crescita e sviluppo - seppure con un maggiore profitto per qualcuno a scapito di altri - ha in sé la capacità di diventare strumento di distruzione e morte. In questi casi non è facile conciliare il principio della trasparenza con le esigenze della prudenza.

Nel 2003, sulla scia dei casi di antrace che, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, alimentarono negli Stati Uniti i timori di un attacco biologico massiccio, anche i direttori di alcune tra le più importanti riviste scientifiche del mondo (Science, Nature e i Proceedings of the National Academy of Sciences) si resero conto che occorreva prevedere possibili eccezioni alla regola secondo cui l’unico criterio per rendere noto un risultato fosse la qualità della ricerca. I tre sottoscrissero allora un documento congiunto, nel quale ammettevano che ci potevano essere casi particolari in cui, per ragioni di sicurezza, poteva essere opportuno modificare o addirittura rifiutare la pubblicazione di un lavoro scientifico.

Il momento di mettere in pratica questi propositi è giunto alla fine del 2011, quando le autorità statunitensi hanno chiesto a Science e Nature di non pubblicare nella loro interezza due diversi studi che per strade differenti erano giunti allo stesso risultato: rendere contagioso anche tra i mammiferi il virus dell’influenza degli uccelli noto con la sigla H5N1. 

UNA MINACCIA REALE - Archiviato spesso erroneamente nel catalogo delle bufale giornalistiche o dei falsi allarmi orchestrati ad arte per aumentare il numero di copie vendute o foraggiare l’industria farmaceutica, il virus dell’influenza aviaria è una minaccia reale, sebbene per ora per fortuna si sia autolimitata. Nei casi in cui si è trasmesso dagli animali all’uomo, infatti, il virus ha mostrato una letalità superiore al 50 per cento: ha cioè ucciso più della metà delle 600 persone circa che lo hanno contratto. Per avere un termine di paragone, il virus influenzale H1N1 responsabile della Spagnola, la grande pandemia che nel 1918 ha spazzato via dai 20 ai 50 milioni di abitanti della terra, lo ha fatto con un tasso di letalità del 2 per cento.

Se quindi finora H5N1 ha colpito solo sporadicamente persone o gruppi familiari che vivevano a stretto contatto con animali infetti in ambienti rurali e igienicamente scadenti è perché il virus, una volta fatto il grande salto dal pollo o dall’anatra all’essere umano, sembra poi incapace di passare da un individuo all’altro. Per questo finora i focolai della malattia sono stati facilmente isolati e spenti eliminando di volta in volta, a ogni segnalazione, migliaia di uccelli potenzialmente infetti.

LA TRASFORMAZIONE IN LABORATORIO - Gli studi di Ron Fouchier dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam e di Yoshihiro Kawaoka, dell’Università del Wisconsin, a Madison, hanno però messo in luce che queste precauzioni, in un futuro non troppo lontano, potrebbero non bastare: come entrambi hanno dimostrato quasi contemporaneamente, è sufficiente che poche, pare cinque, delle mutazioni genetiche già presenti in natura si presentino nello stesso ceppo virale perché questo acquisisca la capacità di diffondersi per via aerea, come qualunque altro virus influenzale, da un furetto all’altro, chiusi in gabbie separate. E quel che accade nei furetti, la ricerca sull’influenza insegna, facilmente si riproduce negli esseri umani.

Come ha un po’ imprudentemente dichiarato il virologo olandese, nei laboratori del centro di Rotterdam è quindi custodito oggi, protetto da sistemi di sicurezza ulteriormente potenziati alla luce delle ultime vicende, un «agente infettivo capace di annientare metà della popolazione mondiale».

È SCATTATO L’ALLARME - Non stupisce che dichiarazioni di questo tipo abbiano risvegliato l’attenzione del National Science Advisory Board for Biosecurity (Nsabb), un comitato di esperti nominato dal governo statunitense costituito da ricercatori universitari di altissimo livello, più in generale in pensione, istituito ai tempi dell’allarme antrace. L’organo è solo consultivo, non ha il potere di impedire nessuna pubblicazione, e finora non era mai intervenuto, neppure quando furono ricreati in laboratorio il virus della poliomielite e della Spagnola del 1918. Stavolta però il comitato ha preso una posizione netta, chiedendo ufficialmente ai direttori delle due più importanti riviste del mondo, a cui i lavori sono stati non dovrebbero neppure essere intrapresi, che il controllo sui possibili utilizzi impropri dei risultati delle ricerche andrebbe effettuato fin dal momento dell’erogazione dei fondi o che occorra un organismo internazionale di regolazione.

Tutto ciò ovviamente rappresenterebbe un grosso freno per la ricerca e lo stesso National Science Advisory Board for Biosecurity nel 2007 si è espresso contro filtri di questo tipo. Tutto deve essere affidato al senso di responsabilità degli scienziati, come già accadde in occasione della Conferenza di Asilomar, agli albori dell’ingegneria genetica.

Il lavoro olandese, d’altra parte, ha ricevuto il via libera anche dal Cogem, la Commissione olandese sulle modificazioni genetiche, ed è stato finanziato dai National Institutes of Health, che non si sono opposti alla sua pubblicazione.

C’è da dire poi che gli stessi Centers for Disease Control di Atlanta, quasi in contemporanea con gli studi sotto accusa, hanno pubblicato risultati analoghi, sebbene meno clamorosi.

LE RAGIONI DELLA RICERCA - È evidente quindi che, se su un piatto della bilancia l’operazione di selezionare il virus nella sua forma più pericolosa presenta innegabili rischi, sull’altro vanno messi i vantaggi di conoscere le sue caratteristiche prima che si manifesti in natura, predisponendo in anticipo i mezzi per difendersi dal suo attacco.

Il ceppo selezionato in Olanda, per esempio, pare rispondere agli antivirali già esistenti e ad alcuni vaccini.

Per questo è importante che anche le informazioni che si vogliono occultare nella pubblicazione accessibile a tutti siano però rese disponibili agli esperti. Il punto sarà stabilire chi vi potrà avere accesso.

Il direttore di Science, Bruce Alberts, ha accolto il richiamo alla prudenza ma ha anche chiesto che sia garantita la disponibilità degli stessi dati alla comunità scientifica attraverso criteri trasparenti.

Ma come definirli? John Steinbruner, un esperto di sicurezza dell’Università del Maryland, cinque anni fa aveva predisposto a questo riguardo un piano che ipotizzava uno scenario simile a questo, ma che a suo parere non è stato preso nella dovuta considerazione.

IL SEGRETO DI PULCINELLA? - I ricercatori, seppur recalcitranti, sembrano per ora aver accettato la salomonica soluzione di censurare il documento pubblico riservando le informazioni cruciali ai colleghi accreditati. Ma non si nascondono quanto sia ardua la riservatezza nell’era della comunicazione globale.

Ben prima di internet e dei cellulari, nonostante tutti gli sforzi per tenere rigorosamente top secret la ricerca sulle armi atomiche da parte delle autorità americane, nove altri paesi hanno prodotto e possiedono ufficialmente armi nucleari e dozzine di altri hanno la capacità, la tecnologia e a volte anche i mezzi per raggiungere lo scopo. Tanto più oggi, quindi, il tentativo di tenere nascosti i dati sul nuovo virus potrebbe ostacolare la ricerca degli scienziati dedicati a proteggere l’umanità da questa minaccia mentre eventuali malintenzionati riuscirebbero comunque in qualche modo a ottenerli.

«Il terrorismo si nutre di paura e la paura si alimenta con l’ignoranza», ha dichiarato Abigail A. Salyers, presidente dell’ American Society of Microbiology. E molti come lei pensano che proprio la libera circolazione della conoscenza tra tutti i ricercatori sia il modo migliore per difendersi dai pochi che potrebbero farne cattivo uso.

NON È UN CASO GALILEO - Il caso del virus dell’aviaria che ha riaperto il dibattito sulla censura della scienza non ha comunque nulla a che vedere con episodi storici come quello di Galileo, costretto nel 1633 dalle autorità ecclesiastiche a smentire che fosse la terra a girare intorno al sole, e non viceversa. Qui in gioco non ci sono ragioni ideologiche, e seppure la supremazia di una grande potenza sull’altra, come in altre vicende più recenti, in cui la cosiddetta National Security Agency statunitense ha cercato durante la Guerra fredda di riservare al blocco occidentale le conquiste della crittografia o della ingegneria ottica per le loro applicazioni nel campo dello spionaggio. Nel caso del virus dell’aviaria anche noto con la sigla H5N1 in gioco ci potrebbe essere il destino dell’umanità: ma la scienza chiede di essere lasciata libera di lavorare proprio per difenderla.

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