Nel profondo della neuroetica

A dieci anni dalla sua legittimazione ufficiale nel contesto internazionale, la neuroetica, terreno d’incontro e confronto tra neuroscienze e morale, catalizza nel nostro Paese l’interesse e le esperienze professionali di studiosi provenienti da campi d’indagine differenti, medici, filosofi, psicologi, letterati, teologi, che ne tracciano le linee fondamentali cercando di misurarne le promesse e le potenzialità allo stato presente, di prefigurarsene sviluppi e investimenti futuri, quanto di valutarne le ricadute concrete.

Il volume “Neuroetica: la nuova sfida delle neuroscienze” ha il pregio di alimentare il dibattito nazionale sull’argomento, al momento in forte espansione, raccogliendo e pubblicando gli interventi del Convegno omonimo, tenutosi a Monza presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca nel giugno 2009. 

Il testo si struttura in nove contributi autonomi, sette dei quali con relativi commenti, a cui si aggiungono l’introduzione a opera dei curatori, Vittorio Sironi e Michele Di Francesco, e la postfazione di Giancarlo Cesana. Nel complesso, copre buona parte delle tematiche fondamentali nel settore.

La neuroetica, come gli stessi curatori fanno notare, è un «prodotto» del naturalismo contemporaneo, quanto soprattutto un suo «importante caso di studi». Al punto tale che una questione che può considerarsi filo conduttore tematico nella narrazione complessiva del testo è la controversia metafisica tra dualismo e monismo materialistico sul rapporto mente/cervello, o, in termini epistemologici, la diatriba tra approcci riduzionistici e antiriduzionistici sulla relazione tra i livelli di descrizione del comportamento umano (in questo caso, quello morale). La neuroetica è ritenuta tuttavia frequentemente una conseguenza malaccorta della diffusa tendenza al «neurocentrismo».

Nel focalizzarsi sul problema del naturalismo, il libro declina gli interrogativi metafisici ed epistemologici sulla neuroetica, un’impresa naturalistica, in questioni principalmente di tipo fondazionale. 

L’obiettivo principale è infatti quello di valutare la legittimità disciplinare di quest’impresa, attraverso un dibattito -  quello appunto sul naturalismo - centrale nella filosofia della mente. 

La posizione complessiva che emerge della disciplina è prevalentemente critica, poiché alcuni degli autori sposano posizioni antinaturalistiche eterodosse rispetto al dibattito settoriale o propendono per un antiriduzionismo prudenziale tra discipline umane e scienze naturali. 

La prima posizione è espressa ad esempio nel primo saggio Fede e neuroscienze del cardinale Angelo Scola, il quale contrasta lo scientismo del mentale in senso lato, sposando un apriorismo della morale (la «morale prima della morale») che non ha dunque sede neuronale, ma spirituale e in cui la polarità tra aspetti empirici e religiosi non è superabile; la soluzione proposta è un’apertura alla fede. 

O ancora la seconda posizione è rintracciabile nel terzo saggio, a opera di Massimo Reichlin, il quale contesta il programma della neurofilosofia, a cui la neuroetica si ispira, presumendo come risultato l’«eliminativismo morale». Reichlin ne sminuisce altresì le temibili conseguenze, come la violazione della privacy mentale, affermando la falsità della teoria su mente/cervello cosiddetta dell’identità di tipo. In aggiunta, mancando di una teoria unificante come quella di Newton per la fisica, l’operato delle neuroscienze è definito da Roberto Mordacci, nel commento al saggio di Reichlin, tutt’altro che una rivoluzione scientifica.

La condivisione di un’impostazione naturalistica, sul versante opposto, nel secondo saggio del volume, offre ad Adina Roskies, esponente di spicco del settore, spunti per caratterizzare il rapporto tra neuroetica e bioetica e sancire la separazione della neuroetica come panorama unico e a sé stante, poiché apre a soluzioni differenti da quelle etiche più convenzionali, data la specificità di alcune delle sue questioni (sul cervello) e la sua metodologia a carattere naturalistico. 

Questi argomenti sono: la coscienza; il sé e l’essere persona; la presa di decisione e il libero arbitrio; la cognizione morale. I principali risultati in questo ambito, delle cosiddette neuroscienze della morale, sono descritti nel successivo contributo di Alberto Oliverio, il quale concorda con Peter Singer sulla conclusione che l’universalità delle intuizioni morali non ne implica comunque la correttezza. Le metodologie, in particolare l’utilizzo di tecniche tomografiche di neuroimmagine, sono discusse nel ricco saggio centrale di Daniela Perani e Marco Tettamanti, che ne evidenziano limiti epistemologici (come la mancanza di procedure standardizzate, l’interpretazione dei risultati e l’analisi statistica) e problematiche di carattere etico (quali consenso informato, tutela dell’integrità dei soggetti coinvolti, conflitti di interesse economico, formazione adeguata del personale, sicurezza), sia nel loro utilizzo nella sperimentazione, sia nel loro impiego in ambiti quali quelli della filosofia, del diritto e della comunicazione scientifica. 

Ad aspetti più esplicitamente sociali sono dedicati gli ultimi quattro saggi, commentati rispettivamente da Giorgio Rezzonico, Maria Grazia Streppava, Fabio Turone e Michele A. Riva.

Il saggio di Raffaella Ida Rumiati e Andrea Carnaghi sull’analisi degli atteggiamenti tra gruppi, in particolare sulla tendenza pregiudiziale ad associare caratteristiche negative a membri di un gruppo diverso (outgroup) rispetto a quelli del proprio gruppo (ingroup); il dilettevole saggio di Giorgio Vallortigara, nel raffronto tra galline e neonati umani, sul riconoscimento delle entità animate attraverso il movimento, e dunque attraverso capacità di fisica ingenua, come base per comprendere l’origine della credenze di tipo sovrannaturalistico, come quelle che conducono al dualismo intuitivo; il saggio di Daniela Ovadia sul rapporto tra neuroetica e mass media, che evidenzia sia le conseguenze desiderabili sia quelle più dannose della comunicazione e dell’utilizzo dei risultati neuroscientifici; l’ultimo saggio di Vittorio Sironi e Marco D’Orso su neuroetica ed ergonomia.

In chiusura, la postfazione di Giancarlo Cesana, recuperando le istanze dei saggi d’apertura, smentite da alcuni dei saggi centrali, ha carattere deflazionistico. Cesana si focalizza sul piano dell’ontologia, in particolare quella spiritualistica, come fondante l’etica, che per l’autore rimane una dimensione separata da quella della scienza e nella quale la neuroetica assume significato solo «contemplativo». 

Su neuroetica e naturalismo, è bene distinguere due questioni cruciali, che in questo testo possono risultare frettolosamente mescolate, e che riflettono le due dimensioni della neuroetica, un’impresa che fa parte delle scienze neurocognitive ma è anche etico-normativa. Ciò potrebbe far credere che la neuroetica sposi dunque sia un naturalismo (neuro)cognitivo, sia un naturalismo etico-normativo; cosa che, di fatto, non accade. 

Da un lato, infatti il naturalismo nella neuroetica può essere a rigore inteso come un naturalismo cognitivo, e prendere dunque posizione circa il rapporto tra psicologia (morale) e neuroscienze (della morale) pensando alla neuroetica come ad un caso specifico di indagine della cognizione (quella morale). Il naturalismo implica, per le scienze cognitive, almeno due tesi: in primo luogo, il monismo materialistico, cioè l’esclusione dell’esistenza di entità al di fuori del mondo fisico, quanto delle spiegazioni sovrannaturali; in secondo luogo, l’anti-fondazionalismo, secondo cui la realtà non può essere affidata a riflessioni a priori, in genere affiancato alla tesi della chiusura causale del mondo fisico.

 Al monismo materialistico e all’anti-fondazionalismo, il paradigma cognitivo classico aveva risposto con strategie naturalistiche ma antiriduzionistiche, conservando l’idea che la mente è un prodotto del cervello, che non siano possibili spiegazioni ascientifiche, ma che sia possibile perseguire la discussione funzionale psicologica (quella delle ragioni, dicono alcuni) senza preoccuparsi di cosa accade al livello delle strutture neuronali (quella delle cause). In tempi più recenti, tuttavia, le scienze cognitive hanno subito un’espansione epistemologica verticale (verso il cervello), si sono opposte all’idea dell’autonomia della psicologia, ponendo la necessità di vincolare le sue tesi empiricamente. 

La neuroetica è un prodotto di quest’espansione verticale ed è pertanto una qualche versione riduzionistica, cioè di interazione e confronto con le neuroscienze, di un’indagine che fino a pochi anni fa rientrava meramente nell’epiteto di Psicologia morale: queste sono le neuroscienze dell’etica. Effettivamente il programma che ha preso il nome di neurofilosofia ricomprendeva quella che poi è diventata la neuroetica in senso stretto.

Riguardo al problema del riduzionismo in un approccio neurofilosofico, è necessaria però una parentesi cruciale. Nel testo si fa riferimento alla teoria dell’identità di tipo(cfr. Reichlin), che si sviluppa negli anni cinquanta negli Stati Uniti (H. Feigl) e nell’ambito del cosiddetto materialismo australiano (U. Place, J. Smart e D. Armstrong), teoria oggetto di critica della scienza cognitiva funzionalista degli anni settanta, e fragile su diversi punti di vista, ma oramai bersaglio obsoleto sulla questione della riduzione. 

Già i cosiddetti riduzionisti della new wave (tra cui, i coniugi Churchland e J. Bickle) hanno riconosciuto che il programma riduzionistico delle neuroscienze, che postula l’identità mente/cervello, non necessita che il rapporto tra entità neurologiche e mentali sia uno a uno. I sostenitori dell’identità di tipo non potevano andare al di là di quella semplicistica e caricaturale identificazione tra dolore e fibre C. Ciò che è cambiato da allora è stato l’avvento di tecnologie più sofisticate, dalle neuroimmagini alle tecniche di simulazione connessionistica (le reti neurali), e il conseguente sviluppo delle conoscenze sul cervello, anche ad un livello genetico e biologico-molecolare, che hanno permesso di perfezionare persino i modelli filosofici di identità e di riduzione. 

Il neuroscienziato non parla mai di stati, come facevano i teorici dell’identità di tipo, ma di meccanismi identificando i processi fisiologici e psicologici. Più recentemente il materialismo di stampo meccanicista (W. Bechtel e C. Craver) ha infatti chiarito che è il meccanismo neurale, complessivamente, nell’organizzazione orchestrata delle sue entità ed attività componenti, a costituire il locus della riduzione (e dell’identità) del fenomeno descritto al livello superiore. Peraltro il riduzionismo meccanicistico, rispetto al modello tradizionale di riduzione interteorica, ancora presente nella new wave, preserva un certo pluralismo esplicativo, ritenendo il processo di ricerca come un’interazione dinamica tra discipline differenti. Quella dell’identità è soprattutto un’ipotesi euristica, come suggeriscono R. McCauley e W. Bechtel, secondo cui le identità psico-neurali non sono le conclusioni della ricerca scientifica, ma le premesse, il punto di partenza per il mutuo aggiustamento di teorie a livello differente e per la reciproca coevoluzione. Inoltre, in riferimento all’argomento di Reichlin su teoria dell’identità e privacy va comunque puntualizzato che le neuroimmagini identificano attivazioni di meccanismi neuronali durante l’esecuzione di compiti specifici, dunque risposte a stimoli predisposti, ma non i contenuti dei pensieri. 

Dall’altro lato, diverse considerazioni sono da farsi per il naturalismo etico, secondo cui i valori morali sono naturali (diverso dal realismo etico, che crede che i valori morali esistano nella realtà), il quale persegue dunque l’idea di un’«etica naturalizzata», cioè ritiene che i valori morali vadano ricercati nel modo naturale di comportarsi. 

Questa posizione, oggetto di arringhe vivaci da parte dei suoi detrattori, non ha nulla a che fare con la neuroetica, salvo sparute eccezioni. I neuroeticisti sono ben consapevoli del dibattito classico concernente la fallacia naturalistica, secondo la quale le norme non possono essere derivate dai fatti (infra, Oliverio). La componente normativa all’interno della neuroetica, che deriva solo e soltanto dal naturalismo di tipo (neuro)cognitivo, è una componente per così dire ecologica (seguendo autori come Flanagan, Hagop Sarkissian e David Wong), perché ha lo scopo di contribuire al benessere degli esseri umani in ambienti naturali e sociali mediante norme che calzano loro a pennello quanto un buon vestito, cioè che si accordano con il loro modo di essere e con i loro limiti naturali. Questo perfino nella visione della capostipite della neurofilosofia, Patricia Churchland. La neuroetica non propone soluzioni per l’etica, tantomeno soluzioni definitive, ma ne traccia soltanto i confini di applicabilità.

Da ciò, è necessario chiarire ulteriormente la celebre distinzione dei domini di applicazione della neuroetica, sin dall’articolo del 2002 di Adina Roskies, più volte citata nel testo. Ovvero, quella tra neuroscienze dell’etica ed etica delle neuroscienze. L’etica delle neuroscienze e le neuroscienze dell’etica testimoniano più che un duplice dominio,una spaccatura, la stessa che, in termini di impostazioni teoriche e metodi, esiste tra bioetica tradizionale e scienze cognitive. Ovvero, tra un’indagine in cui il discorso morale è autonomo fatti del cervello giudice delle discipline empiriche che li riguardano e un’indagine in cui, talvolta in dubbio, i concetti cardine dei nostri sistemi di valore. Diversi orientamenti, oltre che due vere e proprie visioni inconciliabili della mente, la cui conciliabilità nella stessa impresa prevede l’adozione di un progetto comune, e dunque un compromesso, che va a sfavore della bioetica filosofica tradizionale. In questo, la neuroetica recupera gli auspici della bioetica delle origini (vedi V. R. Potter) di modellare l’etica su un’affidabile conoscenza della specie umana. Ciò  non significa che l’etica sia dedotta dalla scienza, ma che la scienza costituisce una base per costruire un solido dibattito etico, dal punto di vista concettuale e normativo.

Ultima puntualizzazione riguarda le metodologie, ampiamente discusse nel libro. L’interpretazione dei dati cerebrali e soprattutto la loro applicazione richiede un atteggiamento cauto, soprattutto nella divulgazione di questi dati. E questo perché l’osservazione, come ci ha insegnato la filosofia della scienza, non è limpida e diretta, ma guidata e influenzata da teorie. Se però le neuroimmagini comportano manipolazione dei fenomeni e valutazione dei risultati, ciò non significa che queste siano degli artefatti (Perani e Tettamanti, p. 96). I neuroscienziati perseguono la cosiddetta epistemologia della prova, propria del metodo scientifico, che consiste sommariamente in: affidabilità dei metodi, consistenza con altri risultati prodotti da altre tecniche, coerenza in una struttura teorica più ampia. Se gli scienziati possono non essere obiettivi, o agire talvolta addirittura in modo subdolo, non vuol dire che il metodo con cui agiscono sia arbitrario. 

I limiti delle neuroscienze non devono rischiare di oscurarne le potenzialità, in campo medico e conoscitivo. Come sottolineano Cappa nel commento a Oliverio e Sironi e Di Francesco nell’Introduzione, o Ovadia e Turani nell’ambito della comunicazione, è tutt’altro che auspicabile che la “neuromania” prenda le forme altrettanto controproducenti della “neurofobia”.

Elisabetta Sirgiovanni

Istituto di Studi Giuridici Internazionali (ISGI-CNR)

 

Per saperne di più

  • V Sironi, M Di Francesco (a cura di), Neuroetica: La nuova sfida delle neuroscienze, Editori Laterza, Roma-Bari, 2011

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