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La differenza tra “uccidere” e “finire”

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Pubblicato il 28/06/2025

Accabadora, attitadora, andar’a babbaigare e arregolendi: sono alcune delle figure e dei riti sardi raccontati nel libro Accabadora e la sacralità del femminino di Maria Antonella Arras. Il libro mescola racconti e testimonianze a una trattazione quasi saggistica della medicina tradizionale locale. 

«La Sardegna ha mantenuto grazie all’isolamento determinato dalla configurazione geografica usi costumi e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi e anche il modo di affrontare la morte ha trovato nell’isola modalità espressive e pratiche assolutamente caratteristiche», scrive l’autrice. 

Basti pensare al destino riservato agli anziani. «Ogni membro della comunità – racconta - doveva guadagnarsi il pane, doveva essere in grado di nutrirsi da solo senza pesare sugli altri. Unica eccezione i bambini […]. I vecchi no. I vecchi, solo gli uomini, erano condannati a una fine tristissima. I figli li accompagnavano fino a un dirupo portandoli a spalla se non erano in grado di fare da soli la difficile strada, e poi li lasciavano andare. Non per crudeltà per cattiveria ma per un dovere da compiere per garantire il cibo ai bambini. Era una lotta quotidiana per il pane. Non era barbaro uccidere i propri genitori, sarebbe stato più terribile vedere i propri figli urlare per la fame».

Il caso dell’Accabadora, tuttavia, è completamente diverso. 

La descrizione dell’origine e della diffusione di questa figura viene fatta risalire, probabilmente, all’influenza della cultura greca sugli abitanti dell’Isola. 

Alberto della Marmora, nel 1826, la descrive per la prima volta con queste parole: «tuttavia io non posso nascondere che in alcune parti dell’isola venivano incaricate specialmente delle donne, alle quali si è dato il nome di Accabadure, per abbreviare la fine dei moribondi. Questo gesto di barbarie si è per fortuna perduto da un centinaio di anni a questa parte».

Così Arras racconta l’intervento dell’Accabadora: «si dice che entrando nella casa del moribondo portasse una maschera perché anche se tutti sapevano tutto chi portava la morte non poteva e non doveva essere riconosciuto. […]

Si segnava con devozione, mandava via tutti con un gesto e rimaneva da sola con il malato […] iniziava a cantargli nenie (parauli) simili alle ninne nanne dei bambini o cantilenava il rosario accarezzandogli la testa per tranquillizzarlo e assopirlo. […] si poneva seduta dietro la testa del malato, prendendogli il capo tra le sue ginocchia. Quando era il momento estraeva dalla borsa o da sotto il mantello il corpo contundente, che poteva essere su mazzolu, una sorta di martello di olivastro, o sa tavedda strumento piatto di legno usato per battere il bucato, lo avvolgeva in un pesante pezzo di tessuto (orbace) e dava un solo colpo sul capo o sul torace dell’agonizzante».

Non stupisce che le descrizioni parlassero di barbarie. 

Nella realtà, tuttavia, il gesto dell’Accabadora - se si escludono i mezzi cruenti (gli unici disponibili all’epoca) - ha poco a che vedere con la barbarie. Ed è lo stesso termine a svelare il suo significato più profondo. «La parola trae origine dal catalano acabàr e dal sardo acabài/agabbare/accabbare (a seconda della zona) che significano finire, portare a compimento, terminare», spiega l’autrice. «Va sottolineata la differenza sostanziale tra il termine uccidere e il termine finire, tra la frase l’hat mortu (lo ha ucciso) e la frase l’hat accabadu (lo ha finito, ha messo fine alla sua agonia): nel primo caso si interrompe una vita, nel secondo si interrompe una vita irrimediabilmente compromessa, si porta a conclusione un fenomeno già determinato».

Una distinzione su cui riflettere ancora oggi. 

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