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Lo strano caso dell’etica senza trasparenza

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Pubblicato il 01/02/2026

Il 43 per cento degli italiani ritiene che la causa degli attuali problemi economica siano la crisi morale e la corruzione presenti nel Paese. Mentre il 10 per cento dice di aver pagato una “bustarella” nell’ultimo anno per ottenere prestazioni sanitarie. 

I dati sono quelli del Rapporto internazionale Transparency International 2011. Che ribadiscono, con cifre su cui è lecito dissentire, la necessità di un copioso bagno d’etica della nostra sanità. 

Di corruzione e malaffare in ambito sanitario, i cui costi potrebbero avere un impatto di diversi miliardi di euro, ne sono pieni da anni i giornali. 

Su questa buccia di banana ci sono cascati ministri e intere classi politiche locali. Sono ormai chiari i ritratti delle figure e figuri che si annidano intorno a nomine, forniture, rimborsi. Sono svelati i disastrosi effetti sui pazienti e sulla qualità del servizio sanitario nazionale. 

Ora, di questa battaglia pro-etica si è fatto paladino l’Istituto per la promozione dell’etica in sanità. Un’organizzazione che si definisce «orgogliosamente no-profit, libera e indipendente, laica e apolitica». 

I soci fondatori, si legge sul sito, «sono un gruppo di professionisti della Sanità … mossi dalla comune consapevolezza che, in mancanza di una rapida sterzata, il nostro Servizio sanitario è destinato a dissolversi sotto la scure di riforme che, con l’obiettivo ideale di migliorarne l’efficienza, ne minano l’universalità e i principi fondanti. Per ISPE-Sanità il traino di questa sterzata può e deve essere la promozione dell’Etica individuale in ciascun operatore sanitario».

Intento lodevole. Che merita di essere promosso, diffuso, fatto proprio. Ma che nasce con un vulnus: nell’intero manifesto dell’organizzazione (che aspira a fare della sanità un «laboratorio sperimentale per una società fondata su un rinnovato e ritrovato patto etico») non si cita una sola volta la parola trasparenza

Eppure come è possibile, senza trasparenza, instillare l’etica e contrastare i mali della sanità (che l’ISPE-Sanità riconosce in sprechi nella gestione pubblica, utilizzo improprio e/o improduttivo dei fondi pubblici, inserimenti eccessivi di personale per voto di scambio, utilizzo di norme non etiche, quali la disincentivazione di segnalazioni di illeciti...)?

Al tema della trasparenza, l’Istituto non sembra essere troppo sensibile. Sul proprio sito non cita una sola fonte di finanziamento. Tutto quel che si sa è che l’indirizzo della sua sede coincide con quello di una società di lobbying. 

Il che potrebbe indurre qualcuno - certamente a torto - a sollevare dubbi sulla genuinità e sull’assenza di secondi fini dell’iniziativa.

È proprio questo infatti il più grosso danno dell’assenza di trasparenza: l’impossibilità di separare il grano dal loglio. 

Ed è quanto meno ingenuo pensare che da questa miscela possa venire un pane buono. Ed etico.

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