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Bisognava aspettare Facebook?

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Pubblicato il 04/05/2026

«Interessante, ma occorre una gestione attenta e aggiornata a livello centrale. Oltretutto da noi per la registrazione della volontà occorrono requisiti di legge precisi che vanno rispettati, per non parlare della questione della privacy». Il direttore del Centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa non dà molte chance alla nuova opzione di Facebook che promette di rivoluzionare il mondo dei trapianti. 

Ciascun utente, per ora soltanto in Usa e Regno Unito, potrà indicare sulla propria pagina la volontà di donare gli organi e questa informazione, oltre a essere condivisa con la sua cerchia di amici, sarà recapitata ai registri istituzionali. 

Gli amministratori del social network propongono la nuova opzione «nella speranza di aggiungere uno strumento per aiutare le persone a trasformare i modi in cui risolviamo i problemi sociali del mondo». 

E non è detto che ciò non avvenga sul serio. 

Sul New York Times un esperto del Persuasive Technology Lab della Stanford University prevede che il sistema aumenterà drasticamente il numero dei potenziali donatori: «Se vedi che tutti i tuoi amici lo fanno o hai l’illusione che lo stiano facendo, allora si creerà un’aspettativa che potrebbe diventare una norma sociale».

Insomma, non si tratta soltanto di una questione di numeri (Facebook ha sfiorato ormai il miliardo di utenti), ma della natura sociale del mezzo.

In Italia si sta percorrendo un’altra strada: in Umbria è da qualche settimana in corso una sperimentazione che prevede che il cittadino possa dichiarare la propria disponibilità a donare gli organi in municipio, in occasione del rinnovo dei documenti. Sarà poi compito del comune inoltrare la registrazione al Sistema informativo trapianti. 

Certo, viene da chiedersi: «Se quattro studenti scalmanati e non ancora ventenni sono stati in grado, con poche risorse, di mettere in rete un miliardo di persone, è così difficile per uno Stato realizzare una rete pubblica in grado di connettere una volta per tutte i propri cittadini con la pubblica amministrazione?». 

Vale per il campo della salute, che - ha ribadito meno di un mese fa il Garante della privacy - sconta un «preoccupante ritardo per quanto riguarda la sanità elettronica». Ma anche per tutti gli altri ambiti. Come è possibile, per esempio, che una donna percepisca una pensione di invalidità da un ramo dell’amministrazione pubblica, mentre da un altro ramo riceve uno stipendio da dipendente?

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