L’articolo 32 della Costituzione non lascia spazio a interpretazioni né mediazioni: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Mai come in questi mesi, però, sembra che questo diritto di tutti sia messo in discussione.
Da poche settimane i cittadini stanno toccando con mano quanto è amara la ricetta contro la crisi ritrovandosi a pagare un ticket di 10 euro su tutte le prestazioni specialistiche e le visite mediche. È il frutto di uno degli interventi contenuti nella manovra economica approvata alla vigilia dell’estate. Che tuttavia, avrà un impatto diverso da Regione a Regione. Quelle che avevano sufficienti soldi in cassa (Valle D’Aosta, Pa di Bolzano e Trento e Sardegna), infatti, si sono potute permettere di non scaricare sui cittadini un ulteriore balzello, altre, con fatica, hanno adottato sistemi di modulazione in base al reddito (tra queste Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Marche e Veneto). Altre ancora (Liguria, Lazio, Basilicata, Calabria) non hanno potuto fare altro che introdurre la tassa senza apportare alcun correttivo.
Non stupisce: l’economia di guerra imposta dalla crisi sta rendendo sempre più stretti i margini di manovra per le Regioni, cui è appaltata la gestione della sanità. I trasferimenti da Roma alla periferia scemano e anche se i tagli spesso non riguardano direttamente i fondi destinati alla salute, è quest’ultima in definitiva a risentirne di più.
Le Regioni - soprattutto per bocca del presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani - avvertono da tempo che il barile della sanità è vuoto e non è possibile scavare più a fondo, pena la cancellazione dei servizi essenziali. Lo ha ribadito anche lo scorso luglio, alla vigilia dell’approvazione della manovra economica: «Il taglio di oltre 7 miliardi di euro sulla sanità nel 2013-2014 - aveva affermato Errani - porterà tutte le Regioni a dover prevedere piani di rientro e metterà in discussione i Lea», quei livelli essenziali di assistenza che dovrebbero essere la garanzia di una sostanziale uguaglianza sanitaria su tutto il territorio nazionale.
Vecchi Lea in attesa di risposta
Quelli attualmente in vigore risalgono al 2001. Da allora non è stato possibile approvarne una versione aggiornata. Nel 2008 il nuovo testo già pronto è stato bocciato dalla Corte dei Conti. Due anni più tardi, dopo un’ulteriore revisione e l’accordo tra il ministro della Salute Ferruccio Fazio e le Regioni il nuovo testo viene «inviato nel mese di febbraio scorso al ministero dell’Economia e delle Finanze per il concerto tecnico», ha spiegato il ministro nel corso di un’interrogazione alla Camera più di un anno fa. La risposta non è ancora pervenuta, ma nel frattempo migliaia di malati attendono che la loro patologia venga ufficialmente riconosciuta per poter godere del diritto a farmaci e prestazioni sanitarie.
Intanto su tutto il territorio, con più o meno incisività, la rete ospedaliera viene riorganizzata: spariscono migliaia di posti letto e decine di ospedali. L’idea a cui tende la riorganizzazione è la progressiva sostituzione di un modello di assistenza ospedale-centrico con uno che abbia maggiore attenzione al territorio.
È una risposta necessaria all’allungamento della vita, all’emergenza cronicità, alla sempre maggiore complessità della medicina moderna che con difficoltà tollera ospedali di piccole dimensioni.
Tuttavia, se nelle Regioni più virtuose questo processo è avviato da anni ed è già a un punto eccellente, laddove il provvedimento è stato l’ennesima medicina assunta frettolosamente per tagliare i costi e rimettere in sesto i bilanci, il rischio è di produrre esiti disastrosi.
Senza opportune risorse da destinare alla costruzione di una rete sanitaria territoriale che sostituisca efficacemente i servizi fino a ieri offerti dall’ospedale, intere zone rischiano di rimanere senza un’adeguata assistenza sanitaria. Ma la crisi economica lascia poco spazio agli investimenti.
Salute, diritto locale
Le comunità sono in agitazione. Né sono da meno i medici del Servizio sanitario nazionale, che ormai da anni denunciano la criticità del momento. La sanità pubblica «è entrata in una fase recessiva di definanziamento e progressivo impoverimento di risorse tecnologiche e professionali», ha dichiarato il segretario nazionale dell’associazione dei medici dirigenti (Anaao Assomed), Costantino Troise, che ha ribadito la progressiva divaricazione tra le sanità regionali. Tanto da affermare che «il diritto alla salute non è più un diritto di cittadinanza, ma una condizione legata alle caratteristiche dei territori in cui capita di vivere».
Intanto all’orizzonte c’è la discussione del Patto per la salute 2012-2014, l’accordo tra il Governo e le Regioni in merito alla spesa e alla programmazione del Servizio sanitario nazionale. E in tempi di vacche così magre non sarà facile coniugare le esigenze finanziarie con la tutela del diritto alla salute.
Per tutti.

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