«Dal 2003 i finanziamenti [ai National Institutes of Health] diminuiscono. Migliaia di promettenti carriere, progetti di ricerca e laboratori sono stati interrotti o chiusi a causa di questa crisi di finanziamento. Fai sapere al nostro presidente che la proposta di finanziamento di 30,7 miliardi dollari porterà questa crisi a un punto di non ritorno. Chiedigli di proporre invece 33 miliardi dollari per il budget dell’Nih nell’anno fiscale 2013!».
È questo il testo di una petizione indirizzata a Barack Obama che dal 18 marzo campeggia sul sito della Casa Bianca. Ricercatori, medici, comuni cittadini, tutti accomunati da un’unica preoccupazione: che il più grande finanziatore pubblico di ricerca al mondo si vada via via prosciugando per colpa della crisi economica che non risparmia nessuno.
Succede negli Usa. Il Paese dove la sanità si mangia più del 17 per cento del Pil pur essendo ben lontana dal dare ai propri cittadini l’universalità e l’equità nell’accesso al sistema sanitario. Né la riforma Obama sembra essere in grado di cambiare le cose. Anzi. Allo stato attuale, pare destinata a generare ulteriori costi senza garantire pieno accesso ai cittadini, spiega sul New England Journal of Medicine Harvey V. Fineberg dell’Institute of Medicine, il braccio medico della National Academy of Sciences. E il problema non nasce soltanto dalla crisi economica.
Sprechi e staticità: le cause del male
Il grande male americano sono soprattutto gli sprechi che succhiano alle casse pubbliche 765 miliardi di dollari l’anno. Se ne vanno in mille rivoli: 210 in servizi non necessari, 130 in servizi offerti in maniera poco efficiente, 190 in costi amministrativi inutili, 105 in prestazioni pagate a prezzi troppo alti, 55 come conseguenza dei mancati investimenti in prevenzione, 75 in truffe.
Inoltre, quello statunitense, al pari di altri servizi sanitari, non è stato capace di adattarsi ai tempi.
Un sistema sanitario di successo spiega Fineberg ha tre attributi: «Persone sane, vale a dire una popolazione che raggiunge il più alto livello di salute possibile; assistenza di qualità, cioè efficace, sicura, tempestiva, basata sul paziente, equa ed efficiente; equità, vale a dire che i trattamenti devono essere offerti senza discriminazioni o disparità a tutti gli individui e famiglie».
Ma per poter fare ciò nel tempo, deve essere anche sostenibile. Ed è qui che i nodi vengono al pettine. La sostenibilità ha tre caratteristiche, spiega: «L’accessibilità […], l’accettabilità […] e l’adattabilità».
Un sistema che non ha saputo rispondere all’allungamento di un decennio dell’aspettativa di vita (che negli Usa dal 1960 a oggi è passata da 69,8 a 78,2 anni) non sta in piedi senza aggiustamenti radicali.
Sua Maestà sta male
Problemi analoghi a quelli americani si trovano ad affrontare un po’ tutti.
In Inghilterra, per esempio, la preoccupazione è forte. Ben vengano gli aggiustamenti, ma sembra che le riforme stiano rischiando di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. «Lo smantellamento del National Health Service (Nhs) e del welfare state procedono rapidamente», denunciava nelle scorse settimane su The Lancet il responsabile del sistema sanitario nella contea di Cumbria (Regno Unito) John R Ashton, che descrive le riforme come il passaggio di barbari sul padre di tutti i sistemi sanitari.
«L’aforisma “se non conosci la tua storia sarai costretto a ripeterla” non è stato mai tanto vero quanto nel caso delle politiche sociali applicate alla salute e al welfare», sentenzia Ashton. Il riferimento è alle diseguaglianze di salute che fu chiamato a correggere, alla sua nascita, il sistema sanitario universale.
E a quelle stesse diseguaglianze che, secondo Ashton, la riforma del National Health Service approvata lo scorso dicembre potrebbe produrre. Infatti, la riforma mira a ridurre drasticamente il ruolo dello Stato, che accentua la funzione di acquirente di servizi sanitari da associazioni mediche private.
Il rischio, dice Ashton, che ha alle spalle una caterva di iniziative di sanità pubblica, è che il sistema sanitario di Sua Maestà si divida in servizi di serie A e servizi di serie B. Ci si dimentica che «i servizi destinati soltanto ai poveri sono servizi poveri», di bassa qualità, conclude.
Acquirenti di salute
Non ha di questi problemi l’Italia, dove riforme organiche della sanità all’orizzonte non se ne vedono. Ma lo scivolamento dal pubblico al privato si verifica silenziosamente. Nel 2010 i cittadini hanno speso di tasca propria 30,6 miliardi di euro, un 8 per cento in più rispetto a soltanto tre anni prima. Emblematico il caso dei farmaci: a fronte di un taglio del 3,5 per cento della spesa pubblica in questo settore è aumentata del 10,7 per cento quella privata. Se si aggiungono i ticket (4 miliardi l’anno) e tutti i sevizi la cui erogazione è tradizionalmente al di fuori dell’offerta pubblica, anche da noi la sanità sembra diventare sempre di più un affare privato.
- HV Fineberg, “A Successful and Sustainable Health System. How to Get There from Here”. In: New England Journal of Medicine, 2012
- JR Ashton. “Defending democracy and the National Health Service”. In: The Lancet, 2012

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