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Stranieri in terra straniera

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Pubblicato il 09/11/2025

Negli ormai lontanissimi anni Cinquanta dello scorso secolo due psichiatri, Michele Risso, italiano, e Wolfang Boker, tedesco, iniziarono una ricerca sulla condizione psicologica degli immigrati italiani in Svizzera. Il risultato del loro studio fu poi pubblicato nel 1964 con il titolo Sortilegio e delirio. Psicopatologia delle migrazioni in prospettiva transculturale.

LA VALIGIA DI CARTONE

In questo saggio, che è diventato poi un classico sull’argomento, si rilevavano e si analizzavano le difficoltà interpersonali che gli emigrati italiani, provenienti essenzialmente dal Sud, vivevano nell’inserirsi in Svizzera; difficoltà che erano dovute, in primo luogo all’impatto con una lingua diversa e inizialmente sconosciuta, ma anche e soprattutto, con una cultura altra che consentiva cultumodalità di vivere i rapporti tra persone e tra i sessi radicalmente diverse. Si produceva così una situazione emotiva che andava ben oltre a un generico, momentaneo, senso di spaesamento, e si risolveva spesso in una vera e propria crisi esistenziale contrassegnata da forti sentimenti di ansia e angoscia, tale da mettere in discussione valori e credenze riferite al paese d’origine, ora totalmente denegate, sfociando in vero e proprio delirio persecutorio.

INCONTRI

Questo studio, allora davvero pilota ma ancora attuale per chi debba affrontare queste problematiche, era dedicato all’analisi del problema dell’emigrazione.

Oggi può aiutare noi a comprendere, specularmente, quello dell’immigrazione che attualmente è al centro del nostro interesse, ora che ci tocca integrare nella nostra cultura gli altri, venienti da aree antropologiche e culturali spesso molto lontane dalle nostre, che rischiano di mettere in crisi la nostra capacità di accoglienza, di civile tolleranza e valorizzazione delle diversità. 

Viviamo in un mondo sempre più complesso e globalizzato, senza più rigide barriere fisiche o culturali, in cui l’aumento vertiginoso delle ondate migratorie ci sfida ad accettare l’inevitabilità di un sempre maggior multiculturalismo e quindi a elaborare efficaci strategie di accoglienza, anche rivolgendoci a discipline quali l’etnopsichiatria e l’etnopsicoanalisi che evidenziano il ruolo e l’importanza delle dimensioni antropologiche e psicologiche necessarie alla comprensione, l’incontro ed eventualmente la cura dell’immigrato.

CULTURE

Intanto, cosa intendiamo per cultura? Certamente la cultura è una dimensione sovra individuale, all’interno della quale si condividono con altri simili modelli di vita, visioni del mondo, che comprendono, oltre a lingua, religione, leggi, anche ideali condivisi, storie, miti, riti, l’insieme dei prodotti materiali e immateriali che quel determinato gruppo esprime nel suo evolversi in un dato ambiente e in una data epoca. La cultura d’appartenenza contribuisce a fondare l’identità, individuale e sociale; permette la trasmissione, conscia e inconscia, da una generazione all’altra, delle credenze, delle idee fondamentali, dei modelli di relazioni interpersonali, delle concezioni della persona e delle sue responsabilità; valori condivisi da tutti gli appartenenti a quel gruppo sociale e tali da strutturare in ogni suo membro il senso fondamentale, identitario, di esserci. Una presenza – secondo la definizione di un grande antropologo italiano Ernesto De Martino – che, se viene a mancare, induce appunto alla crisi della presenza e toglie senso al nostro essere nel mondo.

SCONTRI

All’immigrato si richiede la messa in atto di meccanismi di adattamento in una situazione di cambiamento radicale che implica sentimenti di perdita e separazione tali da indurre, nei casi più gravi, a meccanismi di alienazione mentale e culturale. Egli deve ridefinire la propria identità e – se è capace di farlo senza perdersi – può trovare un nuovo equilibrio che gli consenta di utilizzare creativamente il nuovo ambiente culturale ed emotivo per un’evoluzione maturativa. In caso contrario, egli mostra un adattamento solo apparente, fragile e temporaneo, che può infrangersi all’improvviso sotto lo stimolo di nuove difficoltà e precipitandolo in uno stato di crisi. 

Il disagio psichico del migrante è importante anche nelle situazioni più favorevoli, lo ha ricordato Marisa Fenoglio nel suo Vivere altrove (Sellerio, Palermo 1997), un diario del suo sradicamento, seppure avvenuto in una condizione privilegiata (era andata a vivere in Germania a seguito del marito imprenditore):

«Ma esiste una emigrazione facile?Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno.

L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il peso immane del destino individuale, il prezzo da pagare in termini di rinunce, nonostante i vantaggi materiali che tanto ci troveranno. E non riuscirà più a tornare quello di prima».

La descrizione più significativa dello spaesamento di chi non può rispecchiarsi e riconoscersi nello sguardo dell’altro, l’autrice ce l’offre all’inizio del libro:

«Andavo per le strade e non c’era nessuno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto».

UN MONDO NUOVO

In effetti, sebbene nel caso del migrante la separazione dalla famiglia, dal gruppo sociale, dagli affetti, sia una scelta, talvolta anche desiderata, sognata in una struggente idealizzazione, il viaggio, breve o lungo che sia, è sotto il segno dell’insicurezza, marcato sempre da sentimenti di ansia per la rottura degli equilibri precedenti e dalle incognite che lo attendono.

Se inizialmente lo stato d’animo poteva essere improntato a fiducia e speranza di una vita migliore, sino a nutrire talvolta aspettative quasi magiche, di una rinascita gloriosa, questo si muta poi in una delusione lacerante quando si scontra con la realtà del nuovo mondo tanto atteso.

È una vera e propria lacerazione dell’Io, che interrompe la continuità  dell’esistenza, un’esperienza emotiva di perdita, di solitudine estrema, di dolore, di nostalgia.

Fondamentalmente è un vissuto di lutto, una crisi esistenziale traumatica che, nei casi più favorevoli, può trasformarsi in una nuova possibilità di evoluzione, con un arricchimento della personalità, anche passando attraverso esperienze di regressione, in una sorta, ora davvero, di rinascita sofferta ma vitale e con un possibile recupero di un vero Sé, più forte e strutturato.

Al contrario, se vengono meno le capacità plastiche di adattamento e la delusione viene vissuta come un fallimento definitivo delle speranze proprie e di quelle del gruppo di appartenenza, allora il fardello della solitudine diventa intollerabile e la crisi può sfociare in catastrofe, producendo problematiche psichiche anche importanti.

ALIENI

Nei casi in cui la caduta di autostima per la totale mancanza di autonomia (materiale e psicologica) sia vissuta drammaticamente, il migrante può mettere in atto meccanismi difensivi, di regressione, negazione della propria situazione di difficoltà e di bisogno, sovrainvestendo la propria cultura di origine nel tentativo di differenziarsi dal nuovo ambiente vissuto come ostile e persecutorio.

Se le differenze tra le due culture sono troppo accentuate, il migrante può sentirsi vieppiù disorientato e incapace di percepire realisticamente le nuove possibilità che gli si possono offrire. La diversità antropologica del paese di accoglienza sembra allora tramutarsi in alienità inconoscibile o addirittura terrificante.

L’individuo si aliena anche da se stesso, inchiodato tra la perdita di un mondo famigliare e la fondazione non ancora avvenuta di nuove radici in un Paese improvvisamente sconosciuto ed ostile. Ostilità ambientale che, purtroppo, spesso non è soltanto una proiezione delle angosce interne del migrante, ma è realtà, dovuta all’emergere, da parte del popolo ospitante, di pregiudizi radicati e fantasmi archetipici suscitati dall’incontro con il diverso: diverso per lingua, diverso per religione, pelle, status sociale. Si mobilitano angosce arcaiche che si esprimono come ansie per la propria sicurezza, paura di spoliazione, sentimenti espulsivi e di rifiuto totale per l’invasore, anche dove il migrante è utile o addirittura necessario.

RISPETTO

I problemi che devono affrontare oggi le società globali coinvolgono tutta la società civile, che deve essere sostenuta nell’affrontare questa emergenza, valorizzando la diversità come un plus e non un minus! Aiutare il migrante a inserirsi nella nuova società, prendendosi cura di lui è necessario al buon funzionamento e all’evoluzione della società.

L’etnopsichiatria e l’etnopsicoanalisi ci propongono una linea di intervento interdisciplinare sul disagio psichico dell’immigrato che coinvolga esperti in diverse discipline, non soltanto quindi psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti che operino insieme a mediatori interculturali, ma, anche e soprattutto, persone della stessa etnia del soggetto, famigliari e amici. Si viene così a istituire un gruppo contenitore che, comunicando nella lingua originaria e riferendosi alle stesse credenze e tradizioni, è in grado di tessere una rete interpersonale ricostruttiva e terapeutica.

La presenza di persone che parlano la nuova lingua, contribuisce a fondare un confronto possibile e un dialogo tra mondi culturali diversi ma non più opposti.

La comprensione e l’accettazione della specificità culturale e umana dello straniero, il rispetto, possono restituire dignità e senso a chi sta vivendo una condizione di totale dipendenza. Ci attende, dunque, una sfida importante e vitale.

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