Lungo l’intero arco del 2009, coloro che in Italia si occupano della salute degli immigrati ricordano di aver vissuto un periodo intenso di preoccupazione, impegno e indignazione.
La storia ha inizio quando, nell’ambito del dibattito politico e parlamentare sul cosiddetto pacchetto sicurezza, un gruppo di senatori della Lega Nord propone un emendamento per rimuovere una misura fondamentale di garanzia per la salute degli immigrati: il divieto di segnalare all’autorità giudiziaria gli stranieri senza permesso di soggiorno, in cura presso i servizi sanitari. Questa disposizione, presente nel nostro ordinamento fin dal 1995, oltre che sancire un principio etico e costituzionale irrinunciabile – la salute è diritto di tutti non assoggettabile a restrizioni basate sul possesso della cittadinanza o del titolo di soggiorno – assume fondamentale importanza in un’ottica di tutela della salute collettiva. La paura della segnalazione, infatti, finirebbe per incoraggiare forme di clandestinità sanitaria che porterebbero gli immigrati irregolari lontano dagli ospedali e dagli ambulatori e, in definitiva, fuori da ogni sorveglianza.
NON SEGNALARE
Nonostante l’immediata reazione contraria, manifestata inizialmente soprattutto dalla Simm, la Società italiana di medicina delle migrazioni, e sostenuta da numerosi esponenti del mondo sanitario e della società civile, l’emendamento viene approvato dal Senato nel febbraio 2009, con il voto di 156 senatori appartenenti a tutte le forze politiche della maggioranza di centrodestra. La protesta cresce in tutto il Paese, fino a culminare nella grande giornata di mobilitazione del 17 marzo 2009, il: Noi non segnaliamo Day. I professionisti sanitari, al fianco degli operatori di associazioni e reti di migranti e della gente comune, scendono in piazza in oltre 50 città italiane.
La conseguenza pressoché immediata è una lettera aperta di 100 deputati della stessa maggioranza di governo, nella quale si chiede che «norme inaccettabili», contrarie «ai più elementari diritti umani», vengano rimosse dal Decreto in via di approvazione.
Qualche settimana dopo, l’articolo viene stralciato dal provvedimento, anche se fino all’approvazione definitiva del pacchetto sicurezza (luglio 2009) non cessano le prese di posizione e gli interventi contrari da parte di numerosi soggetti istituzionali, tra cui gli ordini dei medici e svariati altri ordini professionali e società scientifiche.
Reazioni necessarie, di fronte alla demagogia spicciola e alla miopia politica, ma non sufficienti a scongiurare ciò che gli esperti avevano temuto: negli ambulatori a bassa soglia d’accesso per immigrati irregolari, in Lombardia come nel Friuli Venezia Giulia, in Emilia-Romagna come nel Lazio e in altre regioni italiane, il numero di accessi in poco tempo comincia a calare, per effetto della paura che si diffonde tra gli stranieri senza permesso di soggiorno di essere individuati e raggiunti da un provvedimento di espulsione. Paura, purtroppo, tutt’altro che infondata, visto che i casi di pazienti prelevati nella sala d’attesa di un Pronto soccorso o al momento della dimissione ospedaliera vengono riportati con sempre maggiore insistenza, sia nel tam-tam tra le associazioni che sui media nazionali.
Nonostante il successo ottenuto con lo stralcio della norma, la protesta prosegue anche dopo la promulgazione della nuova legge sulla sicurezza, fino a quando una nota del ministero dell’Interno non chiarisce definitivamente la situazione.
DUE ANNI DOPO
Oggi, a due anni di distanza, quel gap nell’accesso ai servizi non è stato ancora del tutto colmato, anzi il federalismo, sempre più marcato in sanità, ha fatto emergere l’inquietante proliferazione di politiche sanitarie locali particolarmente condizionate dagli umori politici, che creano ostacoli nell’accesso ai servizi da parte delle fasce più deboli della popolazione. Le politiche per la salute di questi specifici gruppi è in realtà strutturalmente pervaso da un’ambiguità di fondo che scaturisce dal fatto di trovarsi in una terra di mezzo tra ciò che viene sancito dalle politiche sull’immigrazione (dallo Stato) e ciò che viene invece definito dalle politiche sull’assistenza sanitaria (da Stato e Regioni).
Emblematico il caso dell’introduzione del reato di clandestinità, che ha provocato una reazione scomposta ed eterogenea degli enti locali. Il Friuli Venezia Giulia, per esempio, ha tentato di introdurre a livello locale quanto bocciato a livello nazionale, creando una spaccatura nella stessa maggioranza di giunta.
I DIRITTI IRRIDUCIBILI
È accaduto anche che il Governo sia intervenuto con dei ricorsi, tra il 2009 e il 2010, in merito alla legittimità costituzionale delle leggi sull’immigrazione emanate dalla Toscana, dalla Puglia e dalla Campania, ritenute eccedenti rispetto alle competenze regionali, in quanto prevedevano forme di tutela della salute estese anche agli stranieri irregolari considerate in contrasto con le misure che disciplinano l’ingresso e il soggiorno degli immigrati.
La Corte Costituzionale ha però rigettato, in tutti e tre i casi, il ricorso, ribadendo quanto già affermato in una sentenza del 2001, e cioè che esiste un nucleo irriducibile di diritti destinato anche agli stranieri privi di regolare permesso di soggiorno, protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana.
E ancora, sulla questione dei cittadini comunitari in condizione di fragilità sociale, privi di risorse economiche e copertura sanitaria nel proprio Paese, a fronte di generiche e confuse raccomandazioni del ministero della Salute, ogni Regione e Provincia autonoma ha costruito un proprio percorso assistenziale originale, che va dalla piena inclusione al totale disinteresse.
LA SALUTE DEI DEBOLI
Quello che preoccupa maggiormente è l’estrema eterogeneità e aleatorietà delle politiche sanitarie locali nei confronti delle fasce deboli: politiche troppo spesso appiattite su logiche emergenziali di difesa dell’ordine pubblico, più che sui reali bisogni di salute delle persone.
Questo è il quadro che emerge anche da una puntuale ricerca realizzata dalla Caritas di Roma nel 2010, nell’ambito del progetto Migrazione e salute, coordinato dall’Istituto superiore di sanità. Partendo dalla disamina di oltre 700 atti formali tra leggi, piani sanitari, delibere e note, emanati dal 1995 alla metà del 2010, i ricercatori dell’area sanitaria della Caritas hanno analizzato in modo comparativo le politiche locali in materia di salute degli immigrati.
Dall’analisi complessiva delle variabili considerate, emerge come il livello di attenzione delle politiche sanitarie nei confronti degli immigrati sia generalmente medio-alto, anche se persiste una marcata eterogeneità tra le regioni, con gradienti non sempre interpretabili alla luce della diversa consistenza numerica della popolazione immigrata nei territori a confronto.
Ad esempio, regioni come la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia, che hanno percentuali di presenza straniera più elevate della media nazionale, fanno registrare un impatto piuttosto modesto delle politiche sanitarie locali sull’immigrazione, mentre la Puglia rappresenta l’eccellenza, nonostante gli stranieri non superino il 2% dei residenti.
GLI OSSERVATORI
Tra le regioni colpisce soprattutto la scarsa attenzione alla garanzia dell’applicazione delle norme nazionali e locali, secondo criteri di uniformità e diffusività sul territorio, da sostenere ad esempio attraverso l’emanazione di specifiche linee guida. Si è consolidata, invece, l’attenzione delle istituzioni sanitarie per l’analisi del bisogno di salute degli immigrati: la metà delle regioni italiane si è dotata di osservatori dedicati al monitoraggio e alla valutazione del fenomeno migratorio, nei suoi molteplici aspetti e nelle sue ricadute in termini di impatto sulla salute. Anche l’analisi della variabile relativa alla prevenzione e alla promozione della salute ha messo in rilievo l’importanza di questo aspetto all’interno delle politiche locali: molte regioni, infatti, hanno prodotto normative specifiche sul tema, superando una visione di tipo meramente preventivo e favorendo interventi di educazione sanitaria, volte anche al rafforzamento della capacità degli immigrati di avere un controllo sui determinanti di salute. La formazione degli operatori è generalmente indicata come asse portante di intervento delle politiche sanitarie locali, e si conferma alto il livello di attenzione per la mediazione culturale. Infine, per quanto riguarda l’assistenza agli irregolari e ai comunitari, da una parte si tende ad allinearsi alle normative nazionali inclusive e dall’altra rimane l’ambiguità strutturale che abbiamo descritto.
SENZA ESCLUSIONI
Le varie sentenze della Corte Costituzionale che si sono pronunciate in senso inclusivo per la tutela della salute degli immigrati sembrano, oramai, definire una vera e propria cittadinanza materiale per i non-cittadini dimoranti sul nostro territorio nazionale.
La prassi, l’organizzazione, l’attenzione specifica a livello territoriale tendono invece verso una pericolosa deriva che allontana, se non esclude, chi è più debole o portatore di un’alterità culturale.
Incrociando questa riflessione con la disattenzione nazionale e locale per le politiche di sostegno al welfare, soprattutto nei confronti degli immigrati, si comprende come la preoccupazione, l’impegno e l’indignazione che hanno sostenuto, qualche anno fa, la pronta reazione degli operatori del settore sanitario e socio-assistenziale alla citata norma del pacchetto sicurezza dovrebbero pervadere quotidianamente il lavoro di ciascuno, affinché il diritto all’assistenza sanitaria sia davvero un diritto senza esclusioni.
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