C’è un sottile filo rosso che unisce attività umane tanto diverse tra loro come lo sport, il fitness, lo yoga, la meditazione, i cammini religiosi e perfino semplici giochi come il sudoku: tutte sono pratiche di vita incentrate sull’esercizio, sia esso fisico o mentale, che nella società di oggi sono diventate sempre più frequenti. Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, nel suo ultimo successo editoriale Devi cambiare la tua vita, analizza il diffondersi delle condotte di allenamento per lo sviluppo del sé e propone una nuova concettualizzazione dell’ascesi che interpella non solo la sociologia, ma anche la sanità pubblica e la ricerca biomedica.
La riscoperta dell’ascesi
Si deve a Nietzsche (e a Kafka) la riscoperta dell’ascesi come «uno dei fatti più diffusi e duraturi che vi siano». Questi autori hanno avuto l’intuizione che molte pratiche basate sull’esercizio rappresentano forme di ascesi non consapevole. Non a caso il prologo di Così parlò Zarathustra si apre con l’episodio del funambolo che si schianta al suolo cadendo dalla fune, proponendo la vita stessa come una prestazione acrobatica. Mentre Kafka in vari racconti spiega che «la vera via procede su di una fune, che non è tesa in alto ma rasoterra».
Ascesi in greco antico significa esercizio, allenamento. L’idea secondo cui la virtù si acquisisce grazie all’esercizio, al sapere pratico oltre che a quello teorico, ha un’origine assai remota, già rintracciabile nei testi pitagorici più antichi e successivamente in Platone. La sua Accademia, fondata ad Atene nel 387 a.C., era infatti collocata accanto a una palestra che fu ben presto inglobata nell’attività didattica.
Per gli antichi l’ascesi è un esercizio di sé su di sé, un mezzo per giungere alla costruzione di un rapporto pieno, compiuto e autosufficiente tra sé e sé stessi. L’ascesi antica, come già aveva osservato Michel Foucault, non comporta la rinuncia a una parte di sé, pur potendo presentare elementi di austerità: mira piuttosto a proteggere e a preparare il soggetto in modo aperto ma finalizzato a un avvenire incerto, mediante una dotazione di «discorsi veri», matrici d’azione di carattere persuasivo da tenere sempre sotto mano.
Una figura ricorrente nella filosofia antica, con particolare riferimento ai cinici e agli stoici, paragona colui che vuole conquistare la saggezza all’atleta. Scriveva Marco Aurelio nei Pensieri: «L’arte di vivere assomiglia più alla lotta che non alla danza, perché è necessario stare sempre in guardia, e ben saldi in equilibrio, contro i colpi che possono abbattersi su di noi all’improvviso». L’ascesi rappresenta dunque un insieme di esercizi spirituali per imparare a vivere, prendersi cura di sé, «scolpire la propria statua interiore», come esortava Plotino, senza finalità estetiche o narcisistiche.
Nel cristianesimo l’ascesi assume una valenza sacrificale che comporta la rinuncia a sé stessi, in funzione delle parole di rivelazione contenute nei testi sacri, e acquista il significato di elevazione spirituale e di tensione verticale verso la perfezione di Dio. Gli asceti sono spesso anacoreti (eremiti, in distacco dal mondo esterno), ai quali si richiedono esercizi e prove di resistenza fisica per realizzare la propria secessione: dal digiuno di Sant’Antonio del Deserto all’acrobatismo di San Simeone lo stilita.
Come già ricordato, bisognerà attendere la seconda metà del XIX secolo, con Nietzsche e Kafka, per arrivare alla concettualizzazione del fenomeno dell’ascesi come pratica secolarizzata e despiritualizzata. Le pratiche ascetiche della modernità, in accordo con la ricostruzione proposta da Sloterdijk, tendono a connotarsi come antropotecniche, ossia tecniche di esistenza e pratiche per il sé che si esprimono nell’esercizio dell’arte, nello studio e nel lavoro e, in modo forse più palese, nello sport, giungendo a permeare l’intera società contemporanea.
Ascesi e salute
A fronte della diffusione di questo fenomeno, è lecito domandarsi se l’ascetismo possa essere considerato alla stregua di uno stile di vita in grado di fare la differenza e i cui possibili effetti sulla salute meritino di essere approfonditi nell’ambito della rete dei determinanti di salute.
È utile cominciare da tre gruppi di pratiche: l’attività fisica, lo yoga e la meditazione, e la religiosità.
Benché gli effetti dello sport e dell’attività fisica sulla salute siano ben noti, solo di recente sono state pubblicate linee guida che ne quantificano i benefici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato nel 2010 il documento Global recommendations on physical activity for health, basato sulle prove scientifiche disponibili e volto a promuovere l’attività fisica come dimensione di massa. E il Governo federale statunitense ha emanato delle raccomandazioni destinate all’intera popolazione americana, in cui per la prima volta il concetto di esercizio si collega in modo esplicito a quello di felicità: Be Active, Healthy, and Happy!. Anche il programma italiano Guadagnare Salute promuove stili di vita salubri (tra cui l’attività fisica) per prendersi cura di sé, come esplicitamente recita il suo pay off.
Nel campo delle disabilità, poi, l’esercizio e l’allenamento sono da tempo considerati quali presidi essenziali nella riabilitazione, per ridurre l’impatto dell’handicap sulla funzione; ma oggi se ne sottolinea la dimensione del riscatto morale e a volte perfino acrobatico rispetto alla menomazione.
Una zona ancora grigia
A dispetto della sua diffusione, il binomio ascesi-salute resta peraltro un tema largamente inesplorato nella letteratura biomedica, un’estesa zona grigia per le prove scientifiche.
Solo per alcune pratiche specifiche la ricerca medica ha indagato gli effetti sulla salute fisica o mentale, ipotizzandone i meccanismi d’azione. La meditazione e lo yoga sono riconosciute come pratiche efficaci per un’ampia gamma di condizioni mediche, come i disturbi psicologici e del sonno, per una maggiore compliance nella gestione delle malattie croniche e per conseguire migliori esiti di salute in gravidanza e al parto.
Numerosi studi indicano inoltre che religiosità e benessere risultano positivamente associati e che la preghiera riduce i sintomi della depressione. La religione potrebbe limitare il ricorso a comportamenti nocivi per la salute (come uso di droghe e alcool), fornire un supporto in termini di reti sociali e rappresentare una risorsa emozionale di tipo psicoimmunitario per gli individui che fronteggiano eventi stressanti come in caso di malattia e di lutto, in virtù degli aspetti legati all’autopersuasività e all’esercizio mentale.
L’ampia letteratura esistente circa i benefici della meditazione sui disturbi affettivi come stress, ansietà e depressione, soprattutto se associati con le malattie croniche, induce a pensare che queste tecniche possano avere lo stesso meccanismo d’azione della preghiera.
Ascesi e neurofisiologia
Negli ultimi decenni le relazioni tra la spiritualità o l’esperienza religiosa e le funzioni cerebrali sono state esplorate nell’ambito di una disciplina emergente: la neuroteologia. Sono di notevole interesse, a questo proposito, gli studi condotti dal neuroradiologo dell’Università della Pennsylvania, Andrew Newberg, che ha anche un incarico al dipartimento di Psichiatria e di Studi Religiosi della stessa Università.
Newberg e i suoi collaboratori hanno condotto diversi esperimenti su monaci buddisti e suore francescane con tecniche di imaging, portando alla luce che la meditazione e la preghiera inducono diverse modifiche dell’attività cerebrale rispetto alle condizioni basali.
Nelle suore, la preghiera induce un aumento di attività del centro del linguaggio (la preghiera è fatta di parole e di elaborazione del loro significato), mentre nei monaci buddisti la meditazione provoca un aumento di attività nei lobi temporali inferiori (probabilmente per la visualizzazione di immagini sacre). Viene anche descritto, in entrambi i gruppi, un aumento di attività nella corteccia prefrontale (area dell’attenzione e delle attività simboliche).
Il fenomeno più intrigante è però una riduzione marcata di attività (deafferentazione) dell’area superiore e posteriore del lobo parietale, responsabile dell’orientamento della persona nello spazio fisico. Il compito di quest’area è di valutare le distanze e negoziare la posizione dell’individuo nello spazio fisico circostante, integrando le informazioni che giungono dai vari organi di senso. La perdita della dimensione fisica di sé, conseguente alla deafferentazione, suggerisce interessanti analogie con la persuasione stoica dell’io inserito nell’infinità cosmica della natura universale.
Da qui sorge la possibilità teorica che le pratiche ascetiche e quelle delle diverse religioni possano avere in comune potenti meccanismi remunerativi di autopersuasione che predispongono il soggetto verso un rapporto solidale con il resto del mondo.
Un nuovo bisogno di ascesi
Nell’analisi sloterdijkiana sopra menzionata, almeno due questioni restano inevase.
Innanzitutto, per quale ragione le pratiche ascetiche hanno conosciuto in tempi recenti una così grande diffusione.
È probabile che l’attualità del fenomeno ascetico abbia a che vedere con la crisi che attraversa la nostra epoca: una crisi di verità e di senso che i filosofi e gli storici delle idee hanno messo in relazione con la fine della Modernità e in particolare delle metanarrazioni che ne hanno sostenuto l’impalcatura attraverso il Secolo breve: il Positivismo, l’Idealismo e il Marxismo a cui si potrebbe aggiungere lo stesso modello capitalistico. Queste grandi messe in scena della Modernità si dimostrano oramai incapaci di offrire un orizzonte credibile di interpretazione per il presente e di legittimare le scelte per il futuro. In questo senso, la condizione in cui viviamo può definirsi postmoderna, nel senso che oltrepassa la Modernità, finendo per coincidere con l’incredulità diffusa nelle spiegazioni onnicomprensive della conoscenza e dell'esperienza storica.
In tempi di crisi, riaffiorano istanze ascetiche. È come se la crisi delle metanarrazioni avesse lasciato il campo a narrazioni minime, a forme di esistenza regolate e ripetitive intorno alle quale ancorare la ricerca di senso.
A questo riguardo, appare illuminante la riflessione compiuta da Michel Foucault negli ultimi anni della sua vita. A proposito del ruolo che dovrebbe assumere la filosofia nel panorama culturale contemporaneo, affermava Foucault: «Si tratta di partire per andare alla ricerca di un’altra filosofia critica […] non più interessata a determinare le condizioni e i limiti di una conoscenza dell’oggetto, bensì interessata a riconoscere le condizioni e le possibilità indefinite di trasformazione del soggetto». Fino a quel momento, infatti, la filosofia, e in particolar modo l’epistemologia, era sembrata quasi prigioniera di un’ossessione: pervenire a una teoria generale della conoscenza che fosse in grado si separare, una volta per tutte, i discorsi veri e oggettivi sul mondo dalle diverse forme di pseudo-conoscenza.
Ora, di fronte al crollo delle certezze che attraversa l’epoca postmoderna, Foucault invita a cambiare registro e, nel vuoto di senso che sembra avvolgere ogni cosa, si domanda se sia possibile trovare un punto di convergenza su determinate condotte di vita, a fronte di un discorso sul mondo che si è andato relativizzando: condotte di vita attraverso le quali il soggetto può realizzare pienamente sé stesso e, nel contempo, porre le basi per una trasformazione della società.
L’ascesi tra mistica e civiltà
È a questo aspetto che si ricollega la seconda questione: quali implicazioni può avere l’ascetismo in termini etici e politici, come elemento in grado di influenzare le dinamiche sociali che concorrono all’edificazione della polis, all'interno di un quadro di solidarietà complessiva che si riflette anche sulla salute della comunità?
Per rispondere, sia Foucault sia lo storico francese Pierre Hadot, autore del fortunato saggio Esercizi spirituali e filosofia antica, propongono un viaggio a ritroso nel tempo, alla riscoperta di pratiche antiche legate alla tradizione filosofica greca e latina e, in particolare, alle scuole ellenistiche: Epicureismo, Cinismo e Stoicismo.
Nell’antichità, la filosofia, lungi dall’essere considerata mero discorso teorico e dottrinale, si andava piuttosto proponendo come pratica di vita e arte dell’esistenza. Non a caso, un tratto comune a queste scuole era proprio lo sviluppo di pratiche volontarie e personali volte a rafforzare le qualità morali del soggetto e a operare una sua trasformazione in senso etico.
Uno dei momenti culminanti dell’itinerario ascetico degli antichi era la conquista della coscienza cosmica, una visione in cui l’io, da una parte, sperimenta la misura della sua piccolezza rispetto all’infinità del cosmo, dall’altra sviluppa un sentimento di appartenenza e di profonda sintonia con la natura.
Universo e comunità
Il passaggio successivo del percorso, però, riporta nuovamente sulla terra: la presa di coscienza di sé e della propria appartenenza cosmica finisce per illuminare e ancorare a sé la dimensione delle pratiche sociali. In altri termini, essere in armonia con sé stessi e con la natura comporta normalmente un impegno comunitario e lo sviluppo di un pensiero solidale.
Per gli Antichi, dunque, mistica e civiltà sono inscindibili. Ma cosa suggerisce tutto questo a noi oggi?
L’uomo postmoderno, immerso in questo alone di incertezza e di nuove possibilità di ripensamento del mondo, è forse più attrezzato a compiere il percorso di saggezza tracciato dagli Antichi. Per dirla ancora con Hadot: «Credo fermamente, ingenuamente forse, nella possibilità, per l’uomo contemporaneo, di vivere non già la saggezza, ma un esercizio, sempre fragile, della saggezza… come sforzo di apertura all’universale».
Tutto questo porta in sé il germe di un pensiero cooperativo e di una prospettiva comunitaria per la salute.
Per saperne di più
- F Nietzsche, Genealogia della morale. Adelphi, Milano, 1984.
- F Kafka, Lettera al padre. Gli otto quaderni in ottavo. Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via. Mondadori, Milano, 1988.
- M Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982). Feltrinelli, Milano, 2003.
- A Newberg, MR Waldman, How God changes your brain. Ballantine Books, New York, 2009.
- L Fortney, M Taylor, “Meditation in medical practice: a review of the evidence and practice”. In: Prim Care, 2010.
- P Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010.
- P Hadot, La felicità degli antichi. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011.

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