Janus

scienza, etica, cultura
/ stampato_sul_web

Il vespaio sociale dei test genetici

Autori: 
Pubblicato il 22/03/2026

Sempre più test genetici disponibili significa sempre più problemi e tensioni che le società dovranno risolvere nei prossimi anni. L’ultima spinta è venuta a gennaio dal professor Ernst Hafen, specialista di biologia molecolare, già presidente del Politecnico di Zurigo. 

Parlando alla Radio Svizzera, Hafen ha spiegato che, secondo lui: «la gente deve decidere di propria volontà se sottoporsi a un test genetico o no. Le persone sono diversamente curiose sulla loro discendenza e sulla loro origine.

Da un punto di vista della ricerca medica è un grande vantaggio, perché permette di avere molte più conoscenze su malattie come l’Alzheimer e il Parkinson».

Hafen lo diceva per sollecitare la caduta dell’obbligo della prescrizione medica per eseguire i test, attualmente in vigore in Svizzera, ma la sua perorazione si inseriva nel filone aperto dall’annuncio, negli Usa, del test low cost come conseguenza dell’abbassamento notevole dei costi per molti test genetici. Come ha dichiarato al quotidiano Avvenire Giovanni Neri, direttore dell’istituto di Genetica medica dell’Università Cattolica di Roma e presidente della Società italiana di genetica umana: «con un utilizzo indiscriminato dei test genetici si rischia di creare allarmismi ingiustificati, false aspettative, pazienti che non sarebbero tali».

Conoscenza che non aiuta

Il problema è noto: i risultati dei test diagnostici non danno nessuna certezza sulla possibilità dello sviluppo di una malattia. Tantomeno sui tempi in cui questa malattia si dovrebbe sviluppare.

Ma, detto questo, il tema resta comunque scivoloso e complicato. Tanto per cominciare, molti decidono di fare un test genetico perché mal consigliati o perché, giustamente, impauriti da una malattia terribile sviluppata in famiglia. Le informazioni ricavate dovrebbero, nella logica, portare a una vita fatta di comportamenti (alimentari, di movimento, ambientali) che vadano a compensare l’eventuale predisposizione, contando sul fatto che, per percentuali ancora imperscrutabili, sono proprio questi comportamenti a dare un contributo allo sviluppo di una malattia a cui si è predisposti.

Ma qui entrano in ballo questioni delicatissime. 

Perché una predisposizione genetica non riguarda solo la singola persona, ma coinvolge direttamente i propri famigliari, i proprio discendenti e i propri partner. Che non solo potrebbero non voler sapere, ma che sarebbero contrariati, per non dire terrorizzati, dal venire a conoscenza del solo fatto che un loro parente ha fatto il test. Quindi la stessa diffusione dei test potrebbe generare come effetti collaterali stress e ansia, il rinfocolare di pregiudizi, drammi famigliari.

Dietro l’angolo la medicina personalizzata

Sull’altro piatto della bilancia ci sono due considerazioni. La prima la esprime Gilberto Corbellini, epistemologo dell`Università La Sapienza di Roma: «Oggi chi ha un disturbo viene quasi sempre sottoposto a una pletora di esami spesso inutili e non troppo specifici. Si spendono molti soldi, si assorbono radiazioni, si fanno accertamenti invasivi per assumere poi medicine studiate su grandi popolazioni di pazienti che funzionano più o meno bene, ma sempre in base a dati statistici». Con i test genetici della prossima generazione, invece: «ci si potrà sottoporre a test molto semplici, per esempio su poche gocce di sangue, e avere un profilo personalizzato. Si potrà optare per un farmaco studiato per quelle specifiche caratteristiche, senza bisogno di altro e con ottime chance di un effetto positivo.

Cioè si potrà contare su una medicina più umana».

L’altro elemento è dato dal numero: più test si fanno, più si acquisiscono profili genetici e più la ricerca in genomica si avvicina a modelli attendibili rispetto ai polimorfismi, le varianti che possono dare vita a una certa malattia. Più si fa, più si sa.

Alla ricerca delle proprie radici

Un altro dato di grande attualità viene dall’enorme domanda nata dalla pratica dell’adozione, anche di quella forzata. Sono migliaia, come racconta il New York Times, le persone adottate che si rivolgono ad aziende che effettuano l’esame del Dna per trovare parenti o sapere qualcosa di più sul proprio albero genealogico.

Chi scopre di essere stato adottato desidera infatti avere informazioni sui propri genitori biologici, o allargare la famiglia a secondi, terzi e quarti cugini. E a volte dietro ci sono storie terribili. Vale solo la pena citare l’abitudine, nel XX secolo di rubare i bambini per “estirpare il marxismo”.

Lo hanno fatto i colonnelli argentini, ma, come è evidente dalle proteste sviluppate in Spagna tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, è stato il regime franchista a dare il via a questa pratica, portata avanti fino agli anni ’70.

Nell’un caso e nell’altro i test genetici sono l’angelo della giustizia che ripristina la Verità.

Aggiungi un commento