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Il cibo biologico è veramente migliore?

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Pubblicato il 30/03/2026

Siamo disposti a spendere quasi il doppio, come rivela un’indagine di Altroconsumo, per acquistare prodotti da agricoltura biologica. Perché li consideriamo più genuini, più buoni, più rispettosi del pianeta. Quando li portiamo in tavola, ci sentiamo in armonia con la natura. A ben vedere, però, le cose non stanno esattamente così. Biologico non è sinonimo di sostenibile (non sempre, perlomeno) e neppure garanzia di qualità nutrizionali superiori (anche se è proprio questo l’equivoco su cui fanno leva le campagne di marketing).

«I principi tradizionali del biologico si fondano sul rispetto dell’ambiente e la tutela di acque, suolo, animali: è vietato l’uso di fertilizzanti e pesticidi chimici; è favorita la rotazione delle colture che rende il terreno fertile e protegge la biodiversità; è escluso il ricorso ad allevamenti intensivi, come pure ad antibiotici e ormoni», spiega Mauro Gamboni, responsabile del progetto “Agricoltura sostenibile” del Cnr e presidente della Rete italiana per la ricerca in agricoltura biologica (Rirab). «L’obiettivo è ridurre al minimo l’impronta ecologica, tuttavia non sono previsti vincoli sulla distribuzione e il commercio».

In altre parole è lecito farsi alcune domande. Come può essere sostenibile, per dire, la frutta esotica che arriva da coltivazioni biologiche del Sud America? Davvero possiamo considerare le verdure bio dei grandi marchi commerciali più green di pomodori, insalata e carote acquistati al mercato rionale? Anche se i calcoli precisi sono complessi, le risposte appaiono quasi scontate. «Il carburante è uno dei fattori che pesa di più nel Life Cycle Assessment, l’analisi ambientale del ciclo di vita di un prodotto», conferma Gamboni. Il fatto è, come sottolinea un articolo su The Atlantic, che biologico non necessariamente implica locale (cioè prodotto nel raggio di pochi chilometri), stagionale e, per l’appunto, sostenibile. In passato, questi concetti andavano a braccetto fra loro. Con la svolta industriale degli ultimi anni (il mercato è esploso, segnando +11,5% nel 2011 in Italia, nonostante i venti di crisi), il biologico rischia di vendersi l’anima al diavolo e tradire gli ideali d’origine.

Che un problema si ponga lo ammette anche Alessandro Triantafyllidis, presidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab). «Certo, se si confronta un prodotto bio e uno da agricoltura convenzionale provenienti dallo stesso posto, il primo risulterebbe comunque più sostenibile», puntualizza Triantafyllidis. «Sono d’accordo che il paradigma del biologico, che negli ultimi decenni si è affermato come alternativa alla rivoluzione verde basata su metodi intensivi, ora andrebbe esteso anche alla distribuzione, favorendo la filiera corta e locale, i piccoli produttori, i gruppi di acquisto solidale».

Il punto è proprio questo: allo stato attuale, il biologico non è sostenibile su larga scala, anche se l’industria alimentare è ormai scesa in campo. «Ha una resa inferiore del 20-30%, per cui a parità di raccolto richiede un uso della terra maggiore», specifica Gamboni. «Ma la ricerca scientifica sta studiando come aumentare l’efficienza ai livelli del convenzionale». Non si tratta di demonizzare il biologico, che ha molti meriti. Chiunque abbia a cuore gli animali dovrebbe scegliere carne, latte e formaggi d’origine biologica. Ed è apprezzabile il rispetto verso la natura dei piccoli agricoltori. Il problema è strumentalizzare un’etichetta, facendo credere ai consumatori che il biologico sia “migliore” tout-court, alimentando una serie di falsi miti.

È vero, per esempio, che pesticidi, fertilizzanti e insetticidi chimici, utilizzati nell’agricoltura convenzionale, costituiscono una minaccia per l’ambiente. Tuttavia, non è altrettanto vero il contrario, che i metodi naturali (microorganismi e insetti antagonisti, sostanze non di sintesi) siano buoni a prescindere. Alcuni pesticidi organici, come il rotenone derivato dalle radici di piante leguminose, si sono rivelati tossici per la salute e sono stati messi al bando in Europa. Il rame presenta problemi perché si accumula nel terreno, le piretrine uccidono anche le api, oltre agli insetti infestanti.

Non è vero – poi – che il cibo bio è più ricco di nutrienti, come vitamina C, antiossidanti e minerali. Secondo alcune ricerche sì, ma altre hanno dato risultati di segno opposto. Alla fine, la più vasta revisione sistematica degli studi pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition ha concluso che mancano evidenze per stabilire questa presunta superiorità nutrizionale. 

Largamente esagerata appare anche la preoccupazione sui residui dei pesticidi chimici. L’Efsa, l’organo europeo sulla sicurezza alimentare, stabilisce il limite massimo di residui riscontrabili negli alimenti. Un limite precauzionale, ben inferiore al livello tossicologico accettabile. 

Insomma, per il biologico, come per il convenzionale, non tutto è bianco o nero. Anche se spesso ce lo vendono così.

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La versione integrale di questo articolo è stata pubblicata su OggiScienza

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