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Campioni per eccesso o per difetto?

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Pubblicato il 30/03/2026

Si chiama Francesco Missori ed è un tredicenne grande appassionato di calcio, a cui manca una gamba dalla nascita. Nelle scorse settimane la sua storia è rimbalzata sui mezzi di comunicazione perché è stato convocato per la prima volta in una partita ufficiale di calcio del Centro Sportivo Italiano, grazie al tempestivo cambio del regolamento voluto dal presidente dell’associazione Massimo Achini. La giustificazione di Achini è semplice: «siano le regole a essere cambiate a favore della vita e non il contrario». 

La decisione ha alimentato un lungo dibattito fra sostenitori e un pubblico quantomeno scettico, considerato che il calcio è uno sport di contatto che già miete infortuni fra i normodotati. Eppure, il ragazzo è riuscito a segnare un gol a pochi minuti dal fischio d’inizio, scatenando l’entusiasmo del pubblico e delle squadre presenti. E al primo gol ne ha fatto seguito un altro pochi minuti dopo. Ma se Francesco avesse giocato con la protesi, che ha tolto perché gli dava noia, ci sarebbero state le stesse reazioni? Oppure ci sarebbe stato chi, come nel caso del campione sudafricano Oscar Pistorius, gli avrebbe dato contro perché il presidio artificiale lo avrebbe avvantaggiato rispetto agli avversari normalmente dotati?

Allo stesso tempo passa quasi inosservata la nuotatrice Natalie Du Toit, amputata alla gamba sinistra dopo un incidente in scooter dall’età di diciassette anni. La sudafricana è stata dopo George Eyser (ginnasta statunitense che vinse sei medaglie alle Olimpiadi del 1904 a Saint Louis nonostante avesse una protesi di legno alla gamba sinistra) la prima amputata a qualificarsi per le Olimpiadi del 2008 a Pechino, prendendo regolarmente parte ai Giochi del Commonwealth, dove nel 2002 e 2006 vinse rispettivamente due medaglie d’oro. 

LA NORMALITÀ ALLA PROVA DEL CAMPO

Ma può una protesi destinata a restituire la normalità essere considerata una sorta di doping tecnologico? E quali sono allora, se ci sono, i confini fra il naturale e l’artificiale? 

La risposta ai tanti quesiti non può essere univoca, ma certamente «va distinto tra agonismo e attività sportive promozionali come quella del Centro Sportivo Italiano», spiega Maurizio Gottin, medico dello sport e referente per la Regione Piemonte del progetto Promozione dell'attività fisica - Azioni per una vita in salute del Ccm.

«Nell’agonismo gli avversari danno tutto per vincere e i criteri primari di cui bisogna tenere conto sono l’incolumità propria e poi quella degli altri. Ė quest’ultimo il caso soprattutto degli sport di velocità. Mentre per il tredicenne che gioca in stampelle, la tutela vale per la sua incolumità personale perché in caso di ferimento della gamba sana, la vita del ragazzo verrebbe a essere fortemente compromessa», continua Gottin. «L’equità competitiva, altro principio cardine dello sport secondo cui egli risulterebbe fortemente svantaggiato, verrebbe a cadere nel momento in cui lo stesso accettasse le regole del gioco fra normodotati».

Quel che è sicuro è che questi atleti, una volta che i regolamenti sono stati resi idonei alla loro partecipazione, appaiono tutt’altro che dis-abili. «Nel tennis in carrozzina abbiamo visto soggetti che hanno recuperato funzionalità che altrimenti sarebbero andate in disuso, contribuendo a un netto miglioramento della loro qualità di vita, mentre è spettacolare vedere come riescano a muoversi con la sedia a rotelle e allo stesso tempo colpire una pallina da tennis», spiega ancora Gottin.

Spettacolare al punto che i filmati delle partite vengono proposti nelle scuole allo scopo, da una parte, di dirigere l’attenzione su talenti diversi da quelli comunemente noti e, dall’altra, di far riconoscere i limiti soggettivi della persona. Il superamento della «norma standard» è così la perfetta dimostrazione di quanto obsoleto e inopportuno sia il termine disabile.

LA RELATIVITÀ DI SALUTE E MALATTIA

Questi atleti, inoltre, mostrano quanto sia complessa la definizione di salute e malattia, oltre che di normalità e anormalità. Il neurologo e psichiatra tedesco Kurt Goldstein (1878-1965), Der Aufbau des Organismus (tradotto da poco in Italia con il titolo: L?organismo) ha spiegato come il non sentirsi in salute sia dettato più dal vissuto degli uomini che da aspetti oggettivi. Tanto da affermare che la salute è «la corrispondenza delle manifestazioni esteriori della vita di un individuo con le sue proprie necessità biologiche, quali risultano dal confronto tra la sua situazione di vita esterna e la sua capacità funzionale fisiologica». Se questa corrispondenza esiste, è qualificata come «responsività corretta», mentre la «responsività difettosa» qualifica la malattia, che soggettivamente produce sofferenza. Sembrano definizioni astruse, ma è ciò che insegna la clinica e l’esperienza della malattia che ogni persona vive: spesso quando si esce da una malattia grave e menomante ci si assesta attorno a un nuovo equilibrio, individuandolo come nuova condizione di vita soddisfacente e persino capace di aprire altre prospettive positive. Allo stesso modo per l’atleta diversamente abile.

È possibile continuare a definire queste persone malate, nell’accezione tradizionale del termine?

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