A proposito di psicoanalisi

Il documentario di Sophie Robert che denuncia l’inadeguatezza della terapia psicoanalitica nella cura dell’autismo, prende il nome da una raccolta di racconti, Le mur, in cui Jean-Paul Sartre racconta le diverse declinazioni di un progressivo distacco dalla vita. In uno dei racconti, Erostate, viene descritta la genesi di questo male senza motivo né rimedio, che ha come punto di partenza una particolare attitudine dell’uomo moderno: la malafede.

Il tribunale di Lille ha condannato l’autrice a un risarcimento, per manipolazione dei dati e per aver distorto i fatti attraverso un montaggio grossolano delle risposte alle domande, cosa che contrassegna una malafede di fondo nelle intenzioni nel documentario.

La sentenza è stata duramente criticata, in un articolo su Il sole 24 ore, da Gilberto Corbellini, che ha definito il provvedimento «un atto politico» determinato dall’influenza che la psicoanalisi (e in particolare il lacanismo «una delle sette psicoanalitiche più insidiose») avrebbe nella cultura francese. 

La psicoanalisi non è nuova a questi attacchi, cui stavolta è stata data una risposta attraverso un manifesto scritto da quattro figure fortemente rappresentative delle diverse scuole psicoanalitiche che, come rileva Luciana Sica nell’articolo che lo introduce su Repubblica, uniscono le proprie voci «per la prima volta insieme» anziché incassare in silenzio. 

Il nostro contributo al dibattito è volto a evidenziare quegli aspetti che possono fornire un’informazione più adeguata di quello che costituisce oggi il paradigma psicoanalitico.

Paradigmi di ricerca

La teoria psicoanalitica è una teoria evolutiva e il suo interesse per l’attività mentale precoce ha stimolato un fecondo filone di ricerca sullo sviluppo infantile nella fase preverbale. 

Attraverso la infant research, basata sull’osservazione, la psicoanalisi si è trovata a dover integrare nuovi scenari, sul piano dei contenuti teorici così come della metodologia. 

Il passaggio da una procedura basata sull’interpretazione a un metodo di indagine di tipo fenomenologico, ha rivelato nuove coniugazioni tra meccanismi innati e stimoli ambientali nell’organizzazione precoce della personalità. In particolare lo spostamento del focus dalla pulsione agli affetti ha dischiuso il passaggio verso una concezione della psiche infinitamente più complessa, dove già in fasi precocissime una primaria attività endogena di autoregolazione svolge un ruolo fondamentale nel co-costruire la relazione con l’altro.

Prima di addentrarci nella complessa questione della ricerca comparativa tra psicoanalisi e altre discipline è opportuno ricordare che la cultura della valutazione quantitativa non è del tutto estranea alla psicoterapia psicodinamica. L’ultimo numero del British Medical Journal (25 febbraio) dedica all’argomento un editoriale e due articoli.

Nel primo dei due interventi messi a confronto, Peter Fonagy e Alessandra Lemma sostengono le ragioni che valorizzano il contributo dell’approccio psicoanalitico al moderno sistema di assistenza sanitaria, a cominciare dall’attenzione rivolta alla salute mentale degli operatori stessi, che si trovano inevitabilmente esposti a forti tensioni nel relazionarsi a pazienti gravemente disturbati. La teoria dello sviluppo offre inoltre strumenti fondamentali per comprendere in che modo le esperienze precoci influenzano la salute mentale degli adulti. 

Per quanto riguarda le prove di efficacia, gli autori riportano le conclusioni di una serie di studi, tra cui una meta-analisi che dimostra la maggiore efficacia della psicoterapia psicodinamica a lunga durata rispetto a quella breve. Più in generale, proseguono Fornagy e Lemma, la ricerca dimostra che non esiste un unico trattamento efficace per tutti i casi, che la psicoterapia da sola aiuta il 50 per cento dei pazienti, mentre i farmaci non fanno meglio.

Aspetto messo in luce nell’editoriale anche da Fiona Godlee, che peraltro sottolinea le ricadute negative che comporta l’adozione di un modello rigorosamente medico nei servizi sanitari, in un contesto in cui numerosi fattori, ad esempio le diseguaglianze sociali, giocano un ruolo determinante. 

L’intervento di Paul Salkovskis e Lewis Wolpert si presenta piuttosto come un insieme di opinioni e giudizi negativi. Gli autori sostengono che sia intervenuto un cambio di paradigma che ha soppiantato i fondamenti su cui si basa la disciplina. Inoltre, secondo gli autori, la psicoanalisi (diversamente da quanto avviene per la psichiatria) non formula diagnosi e non fornisce cure adeguate alle specifiche malattie. Affermazione contestabile e peraltro smentita dal fatto che dal 2006 è in uso un manuale diagnostico psicodinamico (Pdm) con un sistema di classificazione dei disturbi che fa riferimento alla nosografia psicoanalitica.

La ricerca di nuovi paradigmi

Semmai la psicoanalisi guarda la questione della sofferenza psichica in una dimensione più ampia, perché chi soffre di un disagio psichico non è semplicemente un malato compresso in una diagnosi, ma anche un individuo impegnato in un difficile compito esistenziale. 

Il modello psicodinamico è un essenziale strumento di indagine di fenomeni che altrimenti resterebbero relegati nell’oscurità, volto non solo a chiarire il legame tra esperienze traumatiche e sintomi, ma anche a trovare una narrazione funzionale al benessere della persona. Il processo terapeutico volto all’integrazione di parti inconsce, consente di riportare in vita aspetti marginali della psiche. Questo permette all’individuo (accresciuto nel riconoscimento di sé all’interno di una relazione privilegiata) di prendere parte attiva al processo di guarigione, rigenerando, attraverso successive integrazioni, i fattori psichici che producono il cambiamento, in un incessante processo di autopoiesi, che coinvolge entrambe le parti della coppia analitica.

Kernberg, in un articolo pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis nel 2006, sottolinea la necessità di far dialogare ricerca empirica e ricerca concettuale, per favorire un reale progresso della psicoanalisi. Una ricerca empirica, che trascuri la complessità dei problemi individuati dalla psicoanalisi, corre il rischio di «equivocare ciò che viene misurato». 

Occorre pensare in ultima analisi alla validazione dei risultati utilizzando metodologie diverse, capaci di dare vita a una ricerca che mira ad accrescere la comprensione della qualità del cambiamento determinato dalle varie terapie. 

Si tratta altresì di definire parametri di ricerca che tengano in considerazione le esigenze di una situazione complessa quale la cura della psiche umana, compresa quella di adeguare il trattamento allo specifico contesto dell’individuo. Perché il rispetto e il riconoscimento del valore della persona non rappresentano solo il mezzo, ma lo scopo stesso della terapia, il cui esito non è univoco.

Questo ovviamente rende difficile la definizione dei risultati, senza però negarne l’importanza. Semmai riconosce che i risultati non sono quelli che siamo in grado di prevedere.

Parlare di risultati empirici significa ridefinire le logiche all’interno delle quali questi devono essere inseriti. La questione va ripensata in termini di reciprocità e forse è il caso di chiedersi cosa può offrire l’epistemologia psicoanalitica alla scienza. L’utopia dell’oggettività rischia di essere riduttiva per la scienza stessa che è implicitamente un lavoro in progress, soggetto a un continuo processo di validazione. Ogni disciplina è un sistema autoregolativo che si definisce attraverso nuove forme di caos e di ordine e oggi il paradigma scientifico si avvale di nuove metodologie che consentono di valutare esiti rilevanti per la qualità di vita del paziente. 

Affinché il dialogo interdisciplinare possa avvalersi di un reciproco arricchimento e produrre qualcosa di nuovo è necessario affrontare questo difficile lavoro di integrazione tra linguaggi diversi, cosa che avviene già a livello intra-disciplinare. Così come all’interno della cornice psicoanalitica esistono teorie e trattamenti diversi, la scienza si è arricchita del concetto di “linguaggi multipli” per indagare e spiegare lo stesso fenomeno. Avviene nella traduzione di un’opera letteraria, un testo non può semplicemente venire trasposto in un’altra lingua, ma va trans- ductus, condotto al di là, cosa che inevitabilmente lo trasforma in altro. Una trasfigurazione che può rivelare possibilità inesplorate: Borges diceva di imparare molto dalle traduzioni dei suoi testi poiché a volte gli stessi originali si rivelano poco fedeli rispetto alle traduzioni.

Per saperne di più

  • F Godlee, “A modern approach to mental health”. In: British Medical Journal, 2012
  • P Fonagy, A Lemma, “Does psychoanalysis have a valuable place in modern mental health services? Yes”. In: British Medical Journal, 2012
  • P Salkovskis, L Wolpert, “Does psychoanalysis have a valuable place in modern mental health services? No”. In: British Medical Journal, 2012

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