Paradigmi etici e modi dell’abitare

Nell’etica sociale del nostro tempo si può rilevare una transizione progressiva da una cultura del dominio a una cultura del rispetto nei confronti dell’ambiente. Una transizione che può essere scandita attraverso la successione di tre modelli del rapporto uomo/natura a cui corrispondono altrettanti modi – o culture – dell’abitare:

  • il modello dello sfruttamento e dell’espansionismo illimitato cui corrisponde una cultura del dominio
  • il modello della conservazione delle risorse cui corrisponde una cultura della gestione
  • il modello della preservazione delle risorse cui corrisponde una cultura della tutela.

A questi tre modelli corrispondono tre diversi paradigmi etici:

  • l’etica della frontiera
  • l’etica dei limiti
  • l’etica del rispetto.

Il consumo

Il modello dello sfruttamento, che rientra in una tradizione baconiana e poi hegelo-marxiana, è caratterizzato da una forte enfasi sul valore di trasformazione fisica del mondo naturale (l’uomo si realizza manipolando la natura in conformità all’immagine classica dell’homo faber), dal mito dell’abbondanza, ovvero l’idea dell’illimitatezza delle risorse naturali, da una rappresentazione dell’ambiente nei termini del suo «valore d’uso» per gli esseri umani, da una programmazione di breve periodo (non si considerano gli interessi delle generazioni future), dall’ottimismo tecnologico, cioè la fiducia incrollabile che la tecnologia saprà risolvere ogni problema man mano che si porrà.

Si tratta di un modello ispirato all’antropocentrismo forte o, secondo l’espressione di Passmore, alla cultura del dispotismo e che trova il suo paradigma nell’etica della frontiera. Essa è contraddistinta dalla percezione della natura come ambiente ostile e pericoloso da conquistare e trasformare, un’attitudine, questa, esemplarmente espressa dall’etica della mentalità puritana propria dei coloni americani che conferisce una dimensione religiosa alla lotta contro la natura, simbolo delle forze del male e del disordine, di un’anarchia che occorre domare. L’uomo della frontiera si vede come un civilizzatore della natura selvaggia che assume ai suoi occhi un significato oscuro e sinistro: trasformata in terra coltivata può diventare un nuovo “giardino dell’Eden”.

Il consumo responsabile

Il modello della conservazione delle risorse è caratterizzato dal riconoscimento della necessità di porre dei limiti alla crescita materiale (pur nell’accettazione sostanziale del modello trasformazione-sviluppo-sfruttamento), dall’allargamento degli orizzonti temporali e di specie (vengono presi in considerazione gli interessi delle generazioni future e degli animali), dalla ricerca del massimo rendimento sostenibile, da intendersi come sviluppo sostenibile o eco-compatibile. Ciò deriva dalla cultura duale (conservazione-sviluppo) di questo approccio: l’enfasi sul rendimento massimo delle risorse naturali corrisponde all’aspetto dello sviluppo, mentre quello sulla sostenibilità, o ecocompatibilità, corrisponde all’aspetto della conservazione.

Vengono perciò introdotte considerazioni relative all’«interesse umano ben inteso» tali da temperare e rendere più razionale l’antropocentrismo.

Questo modello, che potrebbe definirsi antropocentrismo debole, trova il suo paradigma corrispondente nell’etica dei limiti, in cui si assegnano vincoli normativi al comportamento umano in relazione all’ambiente e si prescrive un’amministrazione oculata delle risorse naturali, sempre in funzione della prosperità e del benessere umani.

Oltre il consumo

Il modello preservazione delle risorse è caratterizzato da un deciso radicamento su una tradizione di razionalità, nel solco della filosofia occidentale, e dalla conseguente applicazione di molteplici teorie (utilitarismo, neoaristotelismo, kantismo) alla problematica ambientale, da un’apertura a significative implicazioni sul piano giuridico da cui discendono i nuovi diritti (all’ambiente e dell’ambiente) secondo una prospettiva che intende saldare interessi umanistici e valori ambientali, dal rifiuto di ogni fondamentalismo tipico dell’ecologia «profonda» e dalla conseguente affermazione di una compatibilità tra etica del rispetto della natura e tradizione umanistica. 

Grazie al rapporto con l’etica ambientale, l’umanesimo può aprirsi a una dimensione ecologica.

Questo modello trova il suo paradigma corrispondente nell’etica del rispetto che insiste sui valori di cui l’uomo può godere se preserva le risorse naturali, mantenendone i caratteri e l’integrità e permettendo che membri del mondo non umano seguano i loro modelli caratteristici di esistenza. Profonda è dunque la differenza rispetto ai due modelli precedenti che sottolineano il valore di trasformazione fisica del mondo naturale in favore degli uomini, sia pure con diversa enfasi (il primo in senso assoluto, il secondo introducendo delle limitazioni).

Perché preservare

Su quale fondamento, ci si può chiedere, si basa il dovere di preservare questo o quell’aspetto del mondo naturale? 

Si possono distinguere diversi tipi generali di argomentazioni a sostegno di questa tesi a seconda che si privilegi un valore conoscitivo e informativo, un valore ricreativo e ludico, un valore simbolico ed educativo, un valore psicologico ed esistenziale.

In estrema sintesi, dovremmo preservare le risorse naturali sia per il loro interesse sul piano scientifico (e dunque per i progressi che potremmo compiere nelle conoscenze biologiche, ecologiche, etologiche, eccetera) sia per la loro importanza come riserva di diversità genetica (biodiversità) a fini medici, culturali, agricoli, sia per il loro significato ricreativo, come fonte di piacere estetico e di ispirazione spirituale, sia, infine, per la loro capacità di apportare un’ampia gamma di esperienze essenziali allo sviluppo armonico della personalità umana.

Particolarmente significativi possono considerarsi i riflessi di questo modello, con la ricchezza delle argomentazioni che lo sostengono, sulla questione oggi davvero cruciale del ben vivere. 

Ben vivere

Basti pensare, per esempio, al buen vivir di cui parla Serge Latouche ne L’invenzione dell’economia come a un nuovo paradigma di civiltà fondato su una vita in armonia con la natura della quale tutta la comunità è parte. In Europa ci si può riferire al movimento delle «città di transizione», comunità che decidono di riconvertire le attività di produzione e di consumo verso forme sempre più indipendenti dai combustibili fossili, promuovendo nuove pianificazioni energetiche e riconfigurando i modelli attraverso i quali si produce e si consuma cibo ed energia, si fa turismo, ci si occupa della salute. Sperimentazioni locali, dunque, che, tuttavia, anticipano strategicamente le trasformazioni globali e ci invitano a pensare alla città nelle sue diverse dimensioni: quella dello spazio pubblico, luogo di appartenenza che rende visibile il patto, implicito ma reale, di solidarietà che la fonda; quella ecologica, che rappresenta la tutela di quei beni comuni (l’aria, l’acqua, il paesaggio) che sono altrettanti diritti fondamentali su cui la pura logica di mercato incide sempre più fortemente; quella della salute, che riguarda il nostro patrimonio più prezioso e che coinvolge direttamente scelte di politica economica, e questioni di giustizia sociale. 

Si tratta di grandi sfide che si giocano, certo, a livello politico ma che interpellano tutti noi: per questo la bioetica, impegnata a discutere sui problemi del ben vivere quotidiano, è chiamata in causa. 

Oggi, che stiamo diventando sempre più consapevoli dell’intreccio tra beni comuni, diritti e responsabilità di cittadinanza, progettare il nostro futuro in termini di sostenibilità economica, politica, sociale e ambientale corrisponde alla presa di coscienza che siamo diventati, per la prima volta nella storia, una «razza urbana» e che quindi l’impatto sulla vita delle persone di ciò che si fa o non si fa nelle città risulta decisivo. Andare oltre al Pil, per aprire un ponte verso il ben vivere, significa infatti capire che ci sono beni di importanza basilare per la qualità della vita (come la conoscenza, la capacità di comprendere il mondo in cui si vive, i rapporti interpersonali, l’equilibrio con l’ambiente, la partecipazione alla vita sociale, la sicurezza e la solidarietà) che si definiscono immateriali proprio perché richiedono meno materia e energia per essere prodotti e riprodotti e la cui diffusione permette di diminuire la pressione sul consumo di cose materiali.

In conclusione, il modello preservazione delle risorse mi sembra presenti alcuni elementi che pur all’interno di un quadro complessivo che insiste sul valore dell’ambiente in funzione della prosperità e del benessere umani, aprano verso prospettive di più ampio respiro, oltre la dimensione

antropocentrica. In particolare, l’argomentazione psicogenetica, che sottolinea il significato di arricchimento per lo sviluppo umano di un’interazione con gli enti non umani, sembra preludere a un ulteriore passaggio, quello verso una considerazione dell’ambiente e del suo valore relazionale, per molti aspetti irrinunciabile, per l’essere umano.

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