Il diritto della vita

A vederla schierata davanti a sé, l’opera curata da Stefano Rodotà e Paolo Zatti incute timore, ma anche un senso di sicurezza. Stiamo parlando del Trattato di biodiritto, edito da Giuffrè. Sono sette massicci volumi, di cui il secondo – dedicato al “Governo del corpo” – in due tomi. Quasi 6.000 pagine, erette a difesa della vita in nome del diritto: della vita dell’uomo, certo, ma anche di quella animale, nei loro inevitabili intrecci.

Nella presentazione, gli architetti dell’opera monumentale avanzano qualche dubbio sull’opportunità di ricorrere all’etichetta “biodiritto”, riconoscendo che è discutibile, ma «rappresenta tuttavia un veicolo linguistico adatto a comunicare sinteticamente il campo visuale e l’approccio che contraddistinguono il Trattato». La convinzione dei curatori forse non basta a dissipare le riserve di chi avverte qualcosa di equivoco nelle tante combinazioni linguistiche che poggiano i piedi sul “bios”: bioetica, biodiritto, biopolitica, bioeconomia... Fastidiosi ircocervi, nel migliore dei casi; neologismi per contrabbandare ideologie, nei peggiori.

Il lavoro di scavo sulle possibilità e i limiti del diritto applicato alla vita fatto dal Trattato è encomiabile. Ben venga, dunque, quest’opera di riferimento. Con un caveat, tuttavia: evitiamo che il Trattato abbia troppo successo, perché questo potrebbe essere un segno di debolezza. Non dell’opera, naturalmente, ma della nostra società. La crisi che ci sta portando a riscrivere le regole che sovrintendono al governo del corpo, i comportamenti dei professionisti sanitari e i rapporti tra medicina e società non può essere risolta trincerandosi dietro la barriera del diritto. Sarebbe una falsa sicurezza. Già troppe situazioni problematiche in medicina danno origine ad aggressioni legali da parte dei cittadini, suscitando reazioni difensivistiche da parte dei professionisti. E troppo spesso il mantra che risuona di fronte al pluralismo delle preferenze e alla diversità delle scelte è «Qui ci vuole una legge!». 

Ci vuole piuttosto un cambiamento culturale; che è fatto di diritto, ma soprattutto di etica e di nuove forme di cittadinanza creativa. L’etica rischia di viaggiare come vaso di coccio tra i vasi di ferro della legge e del diritto. Ma senza di essa nessuna forma di convivenza può sfuggire all’incubo di conflitti senza composizioni. Soprattutto quando si parla della vita e della sua qualità.

La pagina dedicata al Trattato sul sito della casa editrice

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