Eugenetica, una parola da ripensare

Un libro dedicato alla confutazione della «deriva nazista» del termine eugenetica che giustificò gli orrori compiuti durante il regime nazionalsocialista. È questo, secondo le parole dell’autore (Carlo Alberto Defanti, primario neurologo emerito dell’Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano e tra i fondatori della Consulta di Bioetica), Eugenetica: un tabù temporaneo. Storia di un’idea controversa pubblicato per i tipi di Codice Edizioni

Secondo un diffuso luogo comune l’eugenetica (eugenics, come venne denominata dal suo promotore Francis Galton, cugino di Darwin) costituiva uno sviluppo della teoria darwiniana sull’evoluzione e il suo proposito era di perfezionare la specie umana sostituendo alla selezione naturale, diventata meno efficace a causa della civilizzazione, una selezione esercitata dall’uomo mediante una serie di interventi. Fra questi, favorire (fino a obbligare) l’accoppiamento fra le persone più dotate, impedire la procreazione di “individui difettosi” proibendo loro il matrimonio, o sterilizzandoli, o persino, secondo taluni, sopprimendoli, in quanto «vite non degne di vivere». Questo messaggio fu accolto e messo in atto da Hitler con le conseguenze che tutti conosciamo.

Nelle pagine di questo volume, Defanti, mostra mostra come l’associazione fra eugenetica e nazismo, ignorando le stesse posizioni del suo ideatore, che mai aveva pensato a metodi coercitivi per il «miglioramento la razza», nonché il percorso fatto da questa disciplina in Germania e in Europa prima dell’avvento di Hitler, ha fatto prevalere, un pregiudizio negativo che ha impedito di vederne le posizioni distinte, e spesso contrapposte (a volte nelle stesso pensatore nel corso del tempo), e i risvolti positivi.

 Ad esempio, alcune terminologie, come quelle di «persone non degne di vivere» o «eutanasia» hanno creato nelle menti di molti una sorta di corto circuito per cui, pur usate in ben altri contesti e con altri significati, ancora oggi rimandano a quegli anni e possono esporre chi le usa ad accuse assolutamente insensate.

Una storia dell’eugenetica

Per rompere questo automatismo e quindi riportare l’argomento alla sua complessità, l’autore, pur affermando di non avere una competenza né storiografica né filosofica, ci accompagna in un articolato percorso che attraversa la storia dell’eugenetica dalla nascita, inquadrata nel contesto storico politico filosofico in cui si formò, fino ad arrivare ai problemi etici posti dall’attuale eugenetica. 

Viene ricostruita la complessa evoluzione di questa disciplina, e le sue differenti sorti, in vari Paesi, a iniziare dall’Inghilterra, dove il movimento ha avuto origine e l’elaborazione teorica più approfondita (seppure senza particolari sviluppi pratici né tantomeno provvedimenti coercitivi) al «caso particolare» della Germania, fino ad arrivare agli Stati Uniti e al nostro Paese. 

In Germania il movimento eugenico ebbe inizio intorno al 1870 negli anni dell’unificazione del Paese sotto la guida di Bismarck e soprattutto nell’epoca guglielmina, quando fu fondata la prima società di eugenetica nel mondo. Fu però durante la repubblica di Weimar che l’eugenetica cominciò a essere istituzionalizzata in ambito accademico. Possiamo dire che in questo periodo «le idee in circolazione sull’eugenetica non fossero radicalmente diverse da quelle professate da studiosi di altri paesi come la Francia…la Norvegia, la Svezia e gli Stati Uniti. Paesi in cui pratiche di sterilizzazione furono adottate per legge». Negli Usa, per esempio, in una trentina di Stati fu approvata una legge per la sterilizzazione di soggetti unfits (inadatti: folli, ritardati mentali, epilettici, alcolisti, criminali, sbandati ecc) che prevedeva la decisione di un’apposita commissione e una sentenza del tribunale, il parere di un familiare o del tutore del soggetto da sterilizzare, ma non il consenso dell’interessato. Vi furono circa 60 mila sterilizzazioni dal 1904 fino agli anni sessanta, quando le leggi vennero cancellate o non più applicate. 

L’influenza dell’eugenetica ebbe conseguenze restrittive anche sull’accesso degli immigranti «razzialmente inferiori», non per il colore della pelle ma per gli scarsi risultati a test di prevalente natura verbale (provenienti soprattutto dall’Est e dal Sud dell’Europa). Né si possono dimenticare gli esperimenti clinici eseguiti negli Usa sui condannati a morte negli anni venti e trenta. 

Per tornare alla Germania, l’ultimo periodo dell’eugenetica fu il periodo nazista in cui si verificò un’assimilazione fra aspetto scientifico (meglio, pseudoscientifico) e politico, tanto che l’eugenetica giustamente condivise la stessa sorte del nazismo. 

Eugenetica in Italia

Per quanto riguarda il nostro Paese, tranne che nell’ultimo periodo del fascismo, l’orientamento prevalente fu quello di favorire la prevenzione e il trattamento delle malattie sociali, l’igiene ambientale e la corretta alimentazione, la tutela della natalità e dell’infanzia e una politica pronatalista, orientamento su cui un nostro eminente studioso, Corrado Gini, riusci a coagulare un appoggio internazionale tanto da configurare un’«alternativa latina» (italiana, francese e sudamericana) all’eugenetica nordica, in particolare tedesca. 

Nel dopoguerra, a proposito di risvolti positivi, è nata una nuova disciplina, il counseling genetico. In Italia, già dal 1946, furono istituiti i consultori di genetica a Milano da parte del gruppo di Luisa Gianferrari che aveva fondato con Luigi Gedda la Società italiana di genetica medica. L’attività di questi consultori era volta soprattutto alle visite prematrimoniali allo scopo di diagnosticare malattie veneree e valutare la possibilità di trasmettere ai figli tratti patologici. Uno dei successi della nuova disciplina è stata la netta riduzione dell’anemia mediterranea (talassemia major o morbo di Cooley) grave malattia autosomico recessiva (un analogo successo si è avuto in Israele con la malattia di Tay Sachs, anch’essa autosomico recessiva). Il genetic counseling, diffusosi in tutti i Paesi industrializzati, fu elogiato anche da Pio XII che, nel 1958, sottolineò come la consapevolezza, da parte dei genitori, dei pericoli di trasmettere ai figli gravi malattie consentiva loro di prendere decisioni eugeniche, impedendo la generazione di bambini anormali o anche portatori sani. Naturalmente, mediante la castità, visto che già nel 1931 l’enciclica Casti connubii aveva condannato qualsiasi intervento che alterasse il processo riproduttivo.

L’emergere dell’individuo 

Ma nel dopoguerra quello che è fondamentalmente, e profondamente, cambiato è che nelle nostre società democratiche nessun intervento medico sul corpo dei cittadini (a parte alcune situazioni di emergenza e pericolosità), sia esso terapeutico o sperimentale, rientri o meno in un counseling genetico, ha carattere di obbligatorietà e può essere effettuato senza che l’individuo ne sia informato e dia il suo consenso. Se è vero che la deriva nazista non è l’eugenetica, proprio quanto è emerso dal processo di Norimberga ha fatto sì, parallelamente al mutamento politico avvenuto nel rapporto fra società e individuo, che si creassero le basi per non ripetere abusi neppure lontanamente simili a quelli avvenuti in passato. L’autodeterminazione (cioè il pieno potere dell’individuo sulla propria esistenza) è uno dei principi fondamentali della moderna bioetica e questo vale anche e soprattutto per le decisioni di fine vita. Cambiato è anche il giudizio sulla qualità della vita, oggi inteso in senso soggettivo: non altri se non l’individuo stesso possono darlo e la decisione se abbreviare la propria vita in un contesto di grave sofferenza, per i sostenitori di questa possibilità, è basata sul diritto dell’autodeterminazione e quindi unicamente sul volere dell’individuo. E questo non ha niente a che vedere né con il nazismo né con l’eugenetica a cui si può invece ascrivere la responsabilità della sterilizzazione di molti individui, avvenuta in vari paesi (più di 350 mila solo in Germania) su base coatta.

Il merito principale di questo libro è quello di inquadrare un tema complesso e per molti versi scomodo, su cui Defanti cerca di portarci a riflettere senza condizionamenti, con la consueta chiarezza espositiva. Non si tratta soltanto di una ricostruzione storiografica: il problema dell’eugenetica riguarda da vicino le nostre vite e le grandi questioni della bioetica. Questioni che oggi abbiamo davanti perché il progresso tecnologico e scientifico ci chiede di scegliere fra opzioni che prima non avevamo. E allora per scegliere occorre esercitare una funzione critica, non cadere nei luoghi comuni, provare a capire al di là dei pregiudizi.

 

Per saperne di più

CA Defanti, Eugenetica: un tabù temporaneo. Storia di un’idea controversa. Codice Edizioni, Torino, 2012

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