Uno Stato che imponga ai ciclisti di indossare il casco per ridurre le probabilità che si fracassino il cranio su uno spigolo sta limitando la loro libertà? È paternalistico?
Secondo Carwyn Hooper, John Spicer, rispettivamente della University of London e della London Deanery, sì. Almeno in certi casi: se l’individuo è adulto e se l’obbligo si riferisce alla bicicletta.
I due argomentano le loro ragioni in un articolo apparso sin questi giorni sul Journal of Medical Ethics con un mix di difesa della libertà personale e dimostrazioni di efficacia del casco.
Per i bambini, spiegano, la legislazione dovrebbe imporne tassativamente l’uso poiché le prove che il casco offra un’efficace protezione in questa fascia di età sono forti. Inoltre i più giovani potrebbero non essere sufficientemente maturi per decidere se correre o meno i rischi derivanti dal mancato uso.
Diverso il caso degli adulti. I dati ricavati da uno studio australiano citato dai firmatari dell’articolo mostrano che l’80 per cento dei ciclisti deceduti o seriamente infortunati a causa di un incidente indossava il casco. Un dato che per gli autori dimostra l’inefficacia della scodella in testa. Totalmente diverso il caso dei caschi da moto che ha dimostrato di ridurre il rischio di traumi alla testa del 69 per cento e di morte del 42 per cento.
Questi numeri sono sufficienti per giustificare un diverso atteggiamento tra i due casi. Lo Stato non può imporre nulla, tanto meno un “trattamento” inefficace, spiegano gli autori che concludono: «se adulti informati desiderano andare in bici con i capelli (o la pelata) esposti al vento, alla pioggia o al cielo, allora devono poterlo fare senza alcuna interferenza da parte del governo o di chiunque altro».
Perché non dovrebbe valere anche per i motociclisti?

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