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L’aborto non si ferma per legge

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Pubblicato il 20/01/2026

Il declino dei tassi di aborto nel mondo ha subito una drastica battuta di arresto. Dopo che tra il 1995 e il 2003 si era registrato un deciso calo con i tassi passati da 35 a 29 aborti per 1.000 donne, nel 2008 si sono registrati 28 aborti per 1.000 donne. 

A rivelarlo uno studio condotto dal Guttmacher Institute e dall’Organizzazione mondiale della sanità e pubblicato sul the Lancet.

Secondo i dati raccolti dal team, almeno la metà delle interruzioni di gravidanza compiute nel mondo non avvengono in sicurezza, e ciò avviene nella quasi totalità dei casi nei Paesi in via di sviluppo. 

«Il declino dei tassi di aborto osservato in tutto il mondo si è arrestato e stiamo osservando un aumento della proporzione di aborti nei Paesi in via di sviluppo dove la procedura viene eseguita spesso in maniera non sicura, se non clandestina. Questo dovrebbe preoccupare», ha commentato la coordinatrice dello studio Gilda Sedgh, del Guttmacher Institute. «Questa stabilizzazione coincide con la riduzione nell’uso di contraccettivi», ha aggiunto.

La conferma viene dalla peculiare situazione dell’Est Europa, dove i tassi di aborto sono 4 volte più alti rispetto all’Europa Occidentale. Dopo un dimezzamento dei tassi passati da 90 a 44 per 1000 donne tra il 1995 e il 2003, il numero di aborti si è stabilizzato. E, per i ricercatori, la causa di questa differenza è da ricercare proprio nello scarso uso di contraccettivi moderni, come la pillola. 

Insomma, ha concluso Sedgh, «senza importanti investimenti nei servizi di pianificazione familiare, ci possiamo aspettare che questo trend persista».

E se così fosse, si rischia di perpetuare un problema di salute pubblica di dimensioni globali. Secondo i ricercatori, le complicazioni connesse alle interruzioni di gravidanza condotte con modalità poco sicure per la donna incidono per il 13 per cento sulla mortalità materna: significa circa 220 morti ogni 100.000 procedure eseguite, un valore 350 volte più grande di quello registrato negli Stati Uniti dove la mortalità materna per cause riconducibili all’interruzione volontaria di gravidanza è di 0,6 decessi ogni 100.000 procedure eseguite. L’aumento della mortalità è tuttavia soltanto la conseguenza più estrema: ogni anno circa 8 milioni e mezzo di donne nei Paesi in via di sviluppo soffrono le complicanze di un aborto e più di un terzo di esse non riceve la dovuta assistenza sanitaria. 

«I decessi e la disabilità connessi ad aborti non sicuri sono completamente prevenibili e alcuni progressi sono stati compiuti nelle regioni in via di sviluppo. L’Africa rappresenta l’eccezione: conta il 17 per cento delle donne in età fertile ma la metà di tutti i decessi connessi ad aborti», ha sottolineato Iqbal H. Shah del Department of Reproductive Health and Research presso l’Oms e tra gli autori dello studio. «Nei Paesi in via di sviluppo - ha aggiunto - i rischi sono più elevati per le donne più povere. Hanno minore accesso ai servizi di pianificazione familiare e sono quelle che hanno maggiori probabilità di soffrire le conseguenze negative di una procedura poco sicura. Le donne più povere, poi, sono quelle che hanno minore accesso all’assistenza successiva all’aborto e ai trattamenti necessari in caso di complicanze».

C’è un ulteriore elemento che emerge dallo studio: mostra che leggi più restrittive in materia di aborto non hanno alcun impatto nell’abbassare i tassi di interruzioni di gravidanze. Anzi. Per esempio, nel 2008 i tassi di aborto sono stati di 29 procedure ogni 1000 donne in Africa e di 32 nell’America Latina, regioni in cui è frequente che l’aborto sia regolato molto restrittivamente o vietato. Al contrario, nell’Europa Occidentale il tasso è di 12 ogni 1000 donne. Su questo dato incidono di certo ragioni socio-economiche. Ma non sono le uniche. 

«Si tratta di un dato preoccupante», ha commentato il direttore di the Lancet Richard Horton. «Promuovere e implementare politiche finalizzate alla riduzione del numero di aborti è una urgente priorità per tutti i Paesi e per le agenzie sanitarie globali come l’Oms. Condannare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto è una strategia crudele e fallimentare. È tempo di approcci di salute pubblica che enfatizzino la riduzione del danno e questo significa leggi sull’aborto più liberali», ha concluso.

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