«Qualcosa faremo». Il fare e il narrare nel lutto

È così che si conclude il film: «Qualcosa faremo». Lo dice il marito alla moglie, alla fine di un lungo, complicatissimo percorso elaborativo del lutto per la perdita del loro piccolo figlio Danny a causa di un incidente stradale davanti a casa. Due sole parole, apparentemente banali e abituali, che indicano invece l’inizio di una possibile rinascita. 

- Allora, che cosa facciamo? 

- Di che parli? 

- Non lo so. Non lo so. Tu che vorresti fare? 

- Ecco... Potremmo andare da Village Toys a prendere il Gioco dell’oca per Emily (n.d.a.:figlia di un’altra coppia loro amica). Probabilmente le piacerà. 

- Il gioco dell’oca. E dopo?

-Dopo la incartiamo e dopo facciamo il barbecue e loro vengono. Inviteremo anche qualcun altro così sarà meno imbarazzante per tutti. E dopo, per farli sentire a loro agio faremo tante domande su…cosa fanno i bambini. E fingeremo di essere molto interessati. E dopo…dopo aspetteremo che qualcuno parli di Danny mentre i bambini giocano e magari andrà avanti per un po’. E dopo torneranno a casa. 

- E dopo? 

- Non lo so. Qualcosa faremo. 

Per tutto il film si segue il lento, progressivo disfacimento del rapporto di coppia dopo il decesso, accaduto 8 mesi prima: le esistenze di questi due giovani americani di provincia sono totalmente sconvolte e ogni situazione di vita quotidiana è occasione per rimarcare le difficoltà di comunicazione e la distanza relazionale che cresce tra loro. Inconciliabile è il modo di ricercare e vivere i ricordi del figlio e della vita precedente, diversi sono il senso di colpa, la ricerca della responsabilità, il rapporto con gli oggetti e la casa, la relazione con Jason, il giovane che ha investito il figlio, i desideri sessuali, la voglia di realizzare nuovi progetti. 

La sconfitta della comunicazione

Si arriva, inevitabilmente, a una situazione che si intuisce essere senza ritorno: il marito in cerca di un rapporto sessuale con un’altra madre in lutto da poco separata e che ha conosciuto durante gli incontri di gruppo di auto-aiuto e la moglie che segue quasi ossessivamente Jason. 

Il momento di massimo distacco umano e di differente, acutissimo dolore è presentato un po’ come se fosse il fondo del tunnel nel quale sono entrambi precipitati: più in basso di così c’è solo la fine del loro rapporto, la sconfitta della comunicazione. 

Ecco perché due semplici parole diventano così indicative: fare qualcosa, non si sa né si comprende cosa possa essere, è il segno del desiderio di continuare a vivere e non a caso nasce dopo aver pensato di organizzare un barbecue con gli amici di un tempo, molti dei quali del tutto spariti dopo la tragedia. 

Sembra un finale consolante, in tipico stile hollywoodiano, ma solo in parte lo è. Tutta questa speranza infatti nasce dopo aver assistito a 80 minuti in cui ogni scena, ogni evento che accade sottolinea la fragilità e spesso l’inutilità della narrazione nel lutto. 

Numerose sequenze sono, a questo proposito, dedicate al gruppo di auto-aiuto al quale partecipano marito e moglie e quasi mai appare come una risorsa: persone che partecipano da 8 anni, testimonianze solo di dolore, pochissimi confronti, momenti quasi di scontro e di imbarazzo tra la moglie e un’altra coppia che vive l’esperienza di perdita in un’ottica di fede presentata di certo non come particolarmente profonda e interiore. 

L’ultima scena su questo tema riguarda, ancora una volta di certo non a caso: il marito e l’altra madre con la quale si è creato un legame che arriverà a un passo dal rapporto, dopo aver fumato droga in auto, non riescono a trattenere le risate durante una testimonianza piena di disperazione in un incontro di gruppo. 

E poi tutte le altre possibili narrazioni tra la coppia, i loro amici, i vicini di casa, i familiari: sempre, inequivocabilmente inefficaci, astiose, banali, irritanti, provocatorie, angoscianti. 

Anche la nonna materna di Danny (pure lei ha perso un figlio) non riesce a utilizzare questo vissuto per restare accanto alla figlia. 

- Dimentichi che ho perso tuo fratello – dice la madre alla figlia – . Tu pensi che io non capisca niente ma capisco. 

- Cosa, a chi dare la colpa? 

- Io non sto parlando di colpa, sto parlando di conforto. 

- Oh conforto, ma certo! 

- In cosa lo trovi? 

- Il conforto? In niente. 

- Dovresti trovarlo. 

- Va bene, adesso mi darò da fare. Vediamo se lo vendono su eBay. 

- Sto solo cercando di aiutarti. Avrei voluto che qualcuno mi consigliasse quando è morto Arthur. 

- E sai cosa vorrei io? Che tu la smettessi di paragonare Danny ad Arthur. Danny era un bambino di 4 anni che ha seguito il suo cane in strada e Arthur era un trentenne drogato che è morto per overdose. Francamente mi offende che tu continui a fare questo paragone, mamma. 

- Arthur era comunque mio figlio! 

Ciò che emerge allora prepotentemente da quest’opera, di sicuro interesse anche se non raggiunge i livelli di altri film centrati sul lutto, è la lunga, dettagliata presentazione dei limiti del parlare e delle parole, della narrazione e della condivisione quando si attraversa una perdita. 

Non si può fare altro che vivere la pena

Bisogna vivere invece tutto lo strazio e la pena di quello che ti sta accadendo, attraversare la disperazione, percorrere ogni evoluzione del dolore in un cammino che è totalmente individuale, non comunicabile nel profondo, immodificabile dalle parole. Se si riesce a fare questo, con nessuno veramente vicino ma al massimo accanto, quasi fosse funzionale solo a non farti sentire abbandonato, allora arriva un momento in cui lacrime, rabbia, angoscia e sconforto in parte diminuiscono, in parte si trasformano. E per chi si occupa, a vario titolo, di processi narrativi e supporto al lutto, questo è un messaggio pesante, difficile da digerire, al quale si può reagire istintivamente con il rifiuto. Ma se si riesce a oltrepassare questa reazione immediata per accogliere la parte di verità che emerge da tale lettura del processo elaborativo, possono presentarsi numerosi, interessanti stimoli e occasioni di riflessione. 

Accade così alla moglie: l’unico momento in cui medita e dimostra interesse autentico verso qualcosa di esterno da se stessa e dall’evento drammatico è la lettura del giornalino a fumetti (intitolato appunto Rabbithole, la tana del coniglio) che ha realizzato Jason. Un fumetto che parla di viaggi nello spazio, di altre vite parallele, di differenti interpretazioni della realtà e che permette, a chi ha ucciso involontariamente il bambino e alla madre in lutto, di trovare, nelle scene più intense e coinvolgenti di tutto il film, gli unici momenti di reale condivisione della tragedia.

 

RabbitHole
Usa, 87 min.
Regia: John Cameron Mitchell
Con: Aaron Eckhart, Nicole Kidman, Dianne Wiest.
Tratto dalla pièce teatrale del premio Pulitzer David Lindsay Abaire 

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