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È la definizione che fa la malattia

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Manca ancora più di un anno e mezzo alla pubblicazione della quinta edizione del DSM, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, ma sulla bibbia della psichiatria che definisce i recinti entro cui rinchiudere le malattie e i disturbi mentali già da tempo piove una gragnuola di critiche. Si sta abbassando troppo l’asticella che separa la salute dalla malattia - denunciano da più parti - e il rischio è quello di etichettare come malati persone che hanno semplicimente comportamenti che si discostano dalla media. Nè manca chi sottolinea che nella redazione del nuovo manuale si sta tenendo poco conto delle ultime acquisizioni nel campo delle neuroscienze. 

Di certo, quello del nuovo DSM, è un parto travagliato (il sito dedicato). Messo in cantiere nel lontano 1999, nel febbraio del 2010 ha dato il suo primo vagito: una bozza su cui il comitato di estensori (i membri della task force) ha aperto le consultazioni con la comunità scientifica. Da allora sono in corso i test delle nuove indicazioni diagnostiche sul campo. Salvo intoppi, dopo ulteriori verifiche e aggiustamenti, entro un anno si dovrebbe arrivare alla versione definitiva del tomo che verrà presentata nel corso del congresso dell’American Psychiatric Association di San Francisco nel maggio 2013.

Ma quali sono le accuse rivolte al nuovo manuale?

Già nel 2008, Robert Spitzer, a capo della task force che ha stilato il DSM-III (quello che vide l’inizio della rimozione dell’omosessualità dal novero delle malattie mentali), si diceva stupito del fatto che il comitato estensore della nuova versione avesse firmato un accordo di non divulgazione. “La trasparenza è necessaria se si vuole dare credibilità al documento”, aveva dichiarato al New York Times. 

Una fabbrica di malati

Tuttavia, al di là del metodo, sono i rischi che le nuove definizioni portano in grembo a causare le maggiori preoccupazioni. 

A pochi giorni dalla pubblicazione della prima bozza, Allen Frances, professore emerito alla Duke University e a capo degli estensori del DSM-IV, ha elencato uno per uno le criticità del nuovo manuale in un articolo pubblicato su Psychiatric Times. In sintesi, secondo Frances, ill DSM-V potrebbe portare a un’esplosione delle diagnosi di malattie mentali. Come? Appiccicando l’etichetta di malattia a condizioni che sono estremamente comuni nella popolazione generale e abbassando la soglia diagnostica di molti dei disturbi già codificati.

Così facendo, scriveva Frances, “il DSM-V potrebbe creare decine di milioni di nuovi «pazienti» falsi positivi” e causare un “sovratrattamento di massa con farmaci che sono non necessari, costosi e spesso del tutto dannosi”. In sostanza, “il DSM V sembra stia promuovendo proprio ciò che noi avevamo più temuto: l’inclusione di «normali varianti» sotto l’etichetta di malattia mentali”. 

E basta qualche esempio per dare concretezza ai timori dello psichiatra. 

Il caso più preoccupante, secondo Frances, è quello della sindrome da rischio psicotico (Psychosis Risk Syndrome o, nella definizione del manuale, Attenuated Psychosis Syndrome). Il razionale è che diagnosticando ai primi sintomi la psicosi e trattandola con farmaci adeguati si può prevenire la comparsa della  malattia vera e propria. 

“I giovani a rischio di manifestare nel corso della loro vita disturbi psicotici possono essere identificati”, spiegano la task force del DSM-V. Diversi studi hanno mostrato che “segni e sintomi precoci di schizofrenia sono presenti anni prima della diagnosi […] e possono essere predetti anche nei bambini”. 

Sarà vero? Non per Frances che controbatte che se si introducesse questa nuova malattia, i falsi positivi oscillerebbero tra il 70 e il 75% delle diagnosi e potrebbero diventare ancora più alti una volta che la malattia venisse codificata e diventasse di dominio comune nella classe medica. “Centinaia di migliaia di teenager e giovani adulti potrebbero ricevere prescrizioni di antipsicotici atipici”. Tuttavia, “non ci sono prove che gli antipsicotici atipici prevengano gli episodi psicotici, ma di certo causano un rapido e consistente aumento di peso […] e sono associati a una riduzione dell’aspettativa di vita, senza parlare dei costi elevati, degli altri effetti collaterali e dello stigma” associato al loro uso. 

Il gruppo sta ancora valutando se inserire la sindrome da rischio psicotico nel manuale o nell’appendice riservata alle categorie che meritano ulteriori ricerche. Ma non è che uno dei casi di introduzione di nuove malattie. 

Allo stesso tempo, si fanno più blandi i criteri per la diagnosi di diverse patologie già classificate: l’Adhd, le dipendenze, i disturbi dello spettro autistico, tanto per citarne qualcuno. 

Psichiatria e psicologia: dialogo impossibile?

Non soltanto specialisti isolati, tuttavia, stanno esprimendo timori per la piega che sta prendendo l’elaborazione del DSM-V. 

Nelle scorse settimane, numerose associazioni - molte delle quali affiliate all’American Psychological Association - hanno lanciato una petizione on line, indirizzando una lettera aperta alla DSM-V Task Force e all’American Psychiatric Association.

Molte delle preoccupazioni espresse sono analoghe a quelle di Frances. Ma un ulteriore tassello si aggiunge alle critiche: “mettiamo in discussione il fatto che i cambiamenti nelle definizioni dei disturbi mentali proposti sottovalutano la variabilità socioculturale mentre si basano soprattutto sulla teoria biologica”. Ciò nonostante “siano sempre maggiori le prove che la neurobiologia da sola non spieghi l’insorgenza delle malattie mentali […] così come nuovi studi longitudinali mostrino i rischi a lungo termine dei trattamenti neurobiologici standard”.

Insomma, secondo gli psicologi, in questa epoca storica è giunto il momento “per la psichiatria e la psicologia di esplorare in maniera collaborativa la possibilità di sviluppare un approccio alternativo alla definizione della sofferenza emotiva”. 

 

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